Gaerne G.Motion scarpe ciclismo . green comprare a prezzo basso guanti d'oca canada

Gaerne G.Motion scarpe ciclismo . green

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Gaerne G.Motion scarpe ciclismo mis. 42 green
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G.Motion

 

Highlights G.Motion

  • Comfort Fit Tongue
  • Transpirant Insole
  • Heel Cup
  • AIR VENTILATION SYSTEM
  • 2D Micro Adjustebale Aluminium Buckle
  • Safty Lock Strap System
  • EPS CARBON HYBRID SOLE
 

Tecnologia G.Motion

COMFORT FIT TONGUE

La linguetta che copre il collo del piede è traforata per incrementare l’aerazione all’interno della calzatura ed è dotata di una morbida imbottitura per un maggior comfort.

TRANSPIRANT INNER-SOLE

Viene utilizzato un sottopiede traspirante con uno speciale disegno anatomico che stimola attivamente il piede del ciclista ad ogni pedalata, migliorandone le prestazioni atletiche. E’ anallergico e antibatterico e grazie ad una serie di micro forature assicura un’ottima ventilazione del piede. Il sottopiede è inoltre estraibile.

CARBON HEEL CUP

Un tallone di nuova concezione, con prese d’aria esterne, dalla forma anatomica e realizzato in materiale plastico iniettato per essere indeformabile. Il cupolino è antiscalzante e antitendinite. Nella parte posteriore alta, gli inserti refl ex consentono un’ottima visibilità in scarse condizioni di luce.

AIR VENTILATION SYSTEM

Tutte le calzature Gaerne garantiscono un’ottima traspirabilità e un microclima ottimale.

MICRO ADJUSTABLE ALUMINIUM BUCKLE

Consente una chiusura perfetta e personalizzata della scarpa ed una facile regolazione anche durante la corsa. L’esclusiva chiusura micrometrica in alluminio, è uno dei sistemi di chiusura più avanzati e funzionali presenti oggi sul mercato. La leva micrometrica, agisce su una fascia dentata tramite due levette: una inferiore da tirare per aumentare la tensione, quella superiore da premere per il rilascio. La leva è intercambiabile e grazie all’apertura basculante permette una pulizia semplice ed istantanea.

GAERNE EPS CARBON HYBRID SOLE

GAERNE EPS CARBON HYBRID SOLE è realizzata in nylon rinforzato con fi bre di carbonio per garantire maggior rigidità. Lo spessore ultra sottile consente al piede di posizionarsi ad una distanza minima dal pedale, garantendo una pedalata rotonda senza dispersioni di energia. Inserti di gomma antiscivolo nella parte posteriore, offrono sicurezza durante la camminata. Suola compatibile con tutti i pedali a sgancio rapido.

 
 
Gaerne G.Motion scarpe ciclismo mis. 42 green
Gaerne G.Motion scarpe ciclismo mis. 42 green
mis. 42 green
Art.-Nr. 94254306
|| EAN/UPC: 2000000146140  || Hersteller-Artnr.: 3279-010-42
paio à 107,30

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Art.-Nr. 94254308
|| EAN/UPC: 2000000142241  || Hersteller-Artnr.: 3279-010-43
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A proposito del marchio Gaerne

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Piumino Chateau

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Taglie
 
Informazioni prodotto

Descrizione
Piumino imbottito in vera piuma d'oca, impermeabile e resistente a temperature molto basse, con inserto removibile in pelliccia di coyote sul cappuccio, collo in piedi, chiusura con zip e bottoni, tre tasche davanti, polsini interni a costine, tre tasche interne.

Colore: Nero

Composizione e dettagli
85% Poliestere, 15% Cotone
Fodera: 100% Nylon
Imbottitura: 100% Piuma D'Oca
Inserti: 100% Pelliccia

Brand ID 3426M 61

Taglia e vestibilità

Tipo di taglia: EU Altezza del modello (cm): 189 Taglia modello: 48/IT Nelle foto il modello indossa una taglia EU L
Spedizione e resi

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Giancarla Agostini

"...oggi per me l'esperienza di una spedizione è l'aspetto più importante, e la vetta viene soltanto dopo" - Hans Kammerlander, Malato di Montagna

lunedì 19 settembre 2011

11-18 settembre 2011 - Tor des Geants 2011

"Se la memoria potesse ricordare con esattezza l'esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell'ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco".
Joe Simpson, "Questo gioco di fantasmi"

Me l'hanno già detto innumerevoli volte: "Eh, cosa vuoi che sia, ce l'hai fatta l'anno scorso, ormai sai cosa ti aspetta"... Già, peccato che aver coscienza del destino che ci attende non sia sempre un vantaggio. In questo caso, ad esempio, non lo è affatto.
Tutto come un anno fa: una mattina luminosa di sole, la via centrale di Courmayeur invasa di curiosi individui in abiti per lo più attillatissimi e variopinti, con famiglia al seguito, amici, oppure soli. Hanno, anzi abbiamo tutti un paio di particolari in comune: un braccialetto elettronico al polso con il logo "Courmayeur Trailers" ed un quadrato di carta applicato da qualche parte, sulla pancia, sui pantaloni, sullo zaino. Per la verità, il quadrato di carta non è proprio uguale per tutti: se vogliamo essere pignoli, ed anche un po' vanitosi, per molti si tratta di un numero viola in campo bianco; per altri, è invece un numero bianco in campo viola, e con tanto di nome e cognome. Spetta anche a me questo privilegio: un anno fa ero qui, da qui sono partita e qui sono arrivata; in mezzo, oltre centoquaranta ore di cui ricordo solo la bellezza. A chi ha concluso il Tor des Geants nel 2010, e nonostante tutto si ripresenta qui stamattina, tocca il numero di pettorale equivalente alla posizione conquistata in classifica generale l'anno scorso, per me il 133, nonché la personalizzazione. Tocca a me, ma anche a Giorgio, recidivo pure lui.

Si consuma il rito dell'ultimo caffé, un vizio per me, una dipendenza patologica per il mio compare, in fondo per entrambi un ultimo passo per allontanare il momento critico dell'entrata in griglia. In fondo, sinora ho manifestato più ansia di quella che mi tormenta in realtà. L'ho fatto perché è così che dovrebbe essere, perché ad una prova da 330 e rotti km ci si può solo accostare con terrore. Però, in cuor mio, mi sento quasi tranquilla. Che sia la quiete prima della tempesta? La tensione nasce dall'atmosfera di festa, di chiasso, di fibrillazione, dall'altoparlante che spara musica e commenti, dalle voci e dai gesti spavaldi ma spesso forzati. Sentimenti contrastanti: da un lato, non vedo l'ora di partire; dall'altro, ripenso in un attimo all'interminabile sequenza di passi, luoghi, respiri, dolori, gioie e turbamenti dell'avventura già vissuta... E dì, lo ammetto, è una domanda che non riesco a scacciare: "Gian, ma sei sicura di aver voglia di rifare tutto questo?". Sto invecchiando, è evidente. Una domanda del genere non me la sarei mai posta, un tempo...
Tanti visi noti: ormai, a furia di prendere parte a tutte le corse possibili ed immaginabilli nel raggio di mille km, ho in mente un elenco di ritratti più lungo del casellario dei ricercati nei telefilm polizieschi. Chi ci riprova, come me, come Giorgio, come Luciano, e chi fa il battesimo, come Domenico, Oscar, Silvio... Quante volte, in questi dodici mesi, ho ricoperto, con una certa malcelata soddisfazione, il ruolo della dispensatrice di consigli. Molti, tra quelli che me li hanno domandati, sono qui.
Le parole che escono dall'altoparlante sono quasi soffocate dal brusio dei corridori. Mi cade l'occhio su una bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo, infilata nella tasca portaborraccia dello zaino di un giovane corridore straniero: visione celestiale! Evidentemente non si tratta di un maniaco del peso o del cronometro...

Mi dichiaro agitatissima anch'io, forse per scaramanzia. O forse lo sono davvero, chissà. Sulle note di "Il più grande spettacolo dopo il Big Bang", di Jovanotti, non c'è più tempo per pensare. Si parte. E' elettrizzante correre via tra due ali di folla, lungo il corso centrale del paese; campanelle, campanacci, tifo da stadio, zaini che ballano, bastoncini in pericolosa agitazione. Corsa vera... Ma solo per poche centinaia di metri; tempo di arrivare al ponte sulla "cerulea Dora", sotto lo sguardo benevolo del Bianco un po' imbronciato di nubi, e si prosegue al passo. Lungo la strada asfaltata, tra le case di Dolonne, ancora tifo e gran fragore di pentole e coperchi. E' fatta, Gian. Per un'infinità di ore, per giorni e notti, adesso, saprai cosa fare. Non avrai modo di annoiarti, ecco.

"So che si tratta di una sfida tecnica inaudita. So che avrò paura, che soffrirò, che avrò freddo, e non sono neanche sicuro che arriverò in vetta. So che esistono pericoli oggettivi a dispetto di tutta la cura che porrò alla mia sicurezza. Più si avvicina il giorno della partenza, più cresce in me quella sensazione orribilmente piacevole, o piacevolmente orribile, fatta di desiderio e terrore, d'ansia e di eccitazione, di angoscia e di gioia. Le conosco bene, queste contraddizioni, che mi mettono sottosopra da molti anni. Lo so, lo so, lo so, la cosa più difficile è arrivare ai piedi della parete, separarsi dagli amici e partire all'attacco. Mettersi nella situazione in cui andare avanti diventa l'unica alternativa possibile...".
Marc Batard, "La via d'uscita – Confessioni intime di un alpinista estremo"

Prima salita, il Col d'Arp, quota 2.500 circa. In coda fin dai primissimi metri di sentiero, nel bosco fitto. Giorgio, Silvio ed io: si sale in compagnia; c'è ancora il fiato per ridere e scherzare, per raccontarsi di obiettivi ed aspettative. Come sempre, non mancano i furbacchioni di turno, che scattano e ancora scattano per superare la colonna, come se la gara dovesse decidersi nei primi km: lì per lì, li guardo con sufficienza... Ma presto finisco anch'io per incappare nello stesso stupido errore; perdo la pazienza se qualcuno, davanti a me, osa rallentare. Ogni fessura è buona per passare avanti... E mi sento nella schiena lo stesso sguardo di commiserazione. Lo so, ormai mi conosco: sarà un dramma, per me, finché ci sarà folla intorno. Pur nel limite delle mie scarse possibilità, non riesco a fare a meno di inseguire...

Lunga salita a tornanti in mezzo alla vegetazione, senza poter scorgere il cielo. Quando spuntiamo a vederlo, sulla strada sterrata, si può dire che lo spettacolo non sia del tutto rassicurante. Le nubi sono poche e sfilacciate, per ora, ma non lasciano presagire nulla di buono. Risaliamo prima lungo la strada sterrata, poi su attraverso il ripido pendio erboso; le nuvole gonfiano e si rincorrono in un cielo ormai non più così luminoso. Ci volteggia sulla testa, molto basso, un elicottero, che filma la lunga colonna di persone, il coloratissimo zig zag in mezzo al verde dell'erba. Il rumore dei motori mette in evidente agitazione una mandria di cavalli al pascolo accanto ad una baita.
Il chiacchiericcio non s'è ancora spento. Siamo tutti troppo fiduciosi, mi sa. Io per prima, dimenticata qualsiasi norma di buonsenso, sto esagerando e me ne rendo conto. Il colle si vede già, quando mancano ancora alcune centinaia di metri di dislivello; lassù, contro il grigio del cielo, si agitano minuscoli puntini. Man mano che saliamo, i puntini prendono forma e voce, strillano cori da stadio, applaudono, chiamano a gran voce amici e parenti. Tra un tornante e l'altro, questa salita, che ormai conosco a menadito, rimane sotto le suole; al colle anch'io ho il mio momento di gloria. Poi giù, di gran carriera. Giorgio mi arriva subito alle spalle; attraversiamo il lungo pianoro fino alla baita, nonché punto di ristoro: è inaudito, ma io ho già una gran fame, nonostante la vasca di gnocchi alla fontina che ho spazzolato ieri sera a cena e la colazione pantagruelica di questa mattina. Fame e sete, voglia di qualcosa di caldo; l'aria è frizzante, anche se siamo appena nel primo pomeriggio. Non faccio complimenti, mi tuffo in mezzo alla folla al ristoro e ne riemergo con le mani piene di cioccolato e spicchi di limone, in rigoroso ordine casuale. La strada sterrata forma una curva che è una vera e propria balconata sulla valle. Leggera risalita, poi posso scorgere sotto di me i tornanti e, con un po' di vantaggio, Giorgio e Silvio. Li raggiungo di corsa; per un po' si procede insieme. La compagnia non sarà un problema, almeno fino alla prima notte, ma lì, puntualmente, si faranno avanti i guai. Corro da sola o corro in compagnia? Ci ho meditato molto, prima del via. E so bene, ormai, di non essere una compagna di viaggio malleabile: soprattutto per via della mia impazienza. La discesa è facile, a meno di una ripidissima rampa tra le borgate; strada sterrata, asfalto, ancora sentiero, viaggiando in parallelo rispetto alla strada di fondovalle. La Thuile, l'ampia sala del punto di ristoro. Ci entro con la furia addosso: lo so, dovrei prendermi il tempo che mi serve, mangiare e bere con calma... Giorgio, pover'uomo, ha fatto il possibile per arrivare qui con qualche minuto di anticipo, onde evitare di ingozzarsi come un'oca. A me sembra d'impazzire, non appena mi fermo: ansia, fretta smodata di rimettermi subito in marcia. Così faccio, fiondandomi fuori, mentre il resto del mondo, più saggio di me, fa tesoro di un momento di pausa. In marcia lungo la strada asfaltata: la prossima salita ci condurrà al Rifugio Deffeyes. Per ora, il sole scalda ancora le nostre ossa. Passo veloce, direzione sicura; qui, per quanto mi riguarda, le bandierine segnavia potrebbero essere abolite. Ormai le mie fide La Sportiva qui procedono da sole. Asfalto, sentiero per tagliare un paio di tornanti, ancora asfalto, fino alla località di La Joux. Anche qui è radunata una piccola folla, anche qui mi sento chiamare per nome, quasi fossi una celebrità. Ancora sentiero, definitivamente, questa volta: si corre nel bosco, su un tappeto di aghi, fino al fragoroso spettacolo delle cascate. Si sale per un tracciato impervio, costellato di radici e roccioni, che costringe ad un'andatura irregolare, a salti. Il cielo è grigio, la luce pallida. Giove Pluvio non promette nulla di buono. Incontriamo qualche turista a passeggio, gli ultimi ritardatari; ormai è pomeriggio inoltrato e presto saremo soli. Soli tra noi corridori, ovviamente.
Il sentiero impervio ci conduce, con una sequenza di strappi irregolari e cattivi, in un pianoro che ospita due splendidi laghetti ed alcune baite, per poi riprendere l'ascesa a tornanti in rapida successione. Il cielo è color del metallo, minaccioso, triste; un quadro che incontra i gusti di Giorgio ma non certo i miei. Gian, non puoi farci proprio nulla; prenderai pioggia, cerca di rassegnarti all'idea. Dopotutto, non dovresti arrugginire. Mi preoccupa di più il silenzio del mio compare: quando tace, i casi sono due, o ha messo su il muso delle grandi offese, oppure non si sente troppo bene. E siccome negli ultimi venti minuti non ricordo di averlo insultato... Lo incoraggio, "Manca poco al Deffeyes", "Ci siamo quasi", "Guarda lassù, spiana". E intanto osservo i laghetti, neri com'è nero il cielo nuvoloso, sempre più piccoli e lontani. In realtà, sono io stessa adesso quella che ha urgente bisogno di conforto: non quello spirituale, ma quello molto materiale del punto di ristoro. Ho una fame da lupi! Sommo gaudio quando arriviamo al breve tratto di sentiero in piano che precede il Rifugio Deffeyes. Anche se poi, come mio solito, ancor prima di arrivare al tavolo del ristoro, mi lascio sopraffare dalla frenesia... Non trangugio tutto quel che vorrei, non bevo quanto dovrei, insomma un pasticcio. Riparto quasi subito, ma non prima di aver raccomandato a Giorgio di prendersela calma: so bene che tipo di tracciato mi attende, da qui al Passo Alto; pietraia a gogò. Impiegherò un bel po' di tempo a superarla, molto più di quanto sarà necessario a lui per raggiungermi con calma dopo essersi rifocillato. Spero che le cateratte del cielo non si aprano prima del colle: mi sarebbe di grande aiuto. I brividi mi percorrono le ossa mentre cerco una vaga forma di equilibrio tra i sassi; un vento gelido spazza la valle, tanto da costringermi ad indossare la giacca in salita.
Il sentiero serpeggia tra le pietre per un lungo tratto in piano; senza le bandierine, trovare la strada qui sarebbe un bel dilemma. Infatti, a Ferragosto, durante la ricognizione in loco con Matteo, complice una mattina uggiosa di nebbia – ed anche, a dir la verità, poche ore di sonno scomodo accampati come i barboni sotto un porticato di La Thuile – ci siamo arrampicati dal versante sbagliato della pietraia. E lì sì, è stata dura, data la mia proverbiale agilità e sicurezza nell'arrampicata... Anche oggi, la montagna mostra ci mostra un volto scuro, aggrottato. Nero il cielo, nera la roccia. Giorgio mi raggiunge trafelato: ecco, mannaggia a lui... Ma che bisogno c'era di correre? Mi avrebbe comunque raggiunta, prima della vetta. Ogni scatto, ogni cambio di ritmo che non sia strettamente indispensabile è un errore che si paga; ovvio, adesso siamo ancora freschi ed arzilli, ma i muscoli tengono il conto di tutto. Non ci si può permettere errori così grossolani.

Il vento rinforza man mano che il sentiero prende quota. Nei tornanti del tratto finale, ripidi, siamo in coda. Mi suona quasi strano, dopo oltre 20 km di gara, trovarmi ancora imbottigliata... Di solito, intorno a me. A questo punto, di solito sono già sola in mezzo al nulla eterno... Mi guardo bene dall'idea di superare. Sarebbe inutile: la discesa è una pietraia infinita, ostica, rognosissima. Mi passeranno sulle orecchie tutti, ma proprio tutti quelli che in questo momento si trovano ancora alle mie spalle. Uno schiaffo di vento gelido sul colle, luogo quanto mai lugubre con questa luce, poi giù, senza fermarmi. Noto con un certo sollievo che non sono l'unica ad avere problemi di stabilità; addirittura, qualche collega, partito con fare baldanzoso, non tarda ad appoggiare pesantemente il deretano a terra. Però... Sarà forse un'impressione, la mia, ma mi pare che il sentiero, se così si può chiamare, sia sistemato molto meglio di com'era un mese fa. Non ricordavo tutte queste rocce disposte ordinatamente a formare gradini ed appoggi sicuri per i piedi. Sono certa di aver tribolato ben di più... E non credo che oggi tutto il merito vada all'euforia della gara! Il mio compare saltella con la sua consueta agilità da una pietra all'altra: come sempre, le primavere di differenza tra me e lui sembrano a suo vantaggio, non a favore mio. Io arranco, m'inciampo, impreco... E saluto con gran sollievo l'arrivo del sentiero in mezzo alla pineta. Finalmente si scende lungo il torrente: faccio finta di non percepire quelle fastidiose goccioline che cominciano a cadermi sul viso. C'è qualcosa di più importante a cui pensare: l'alpeggio Promoud, nonché il ristoro. Memore della polenta dell'anno scorso, resto un po' delusa quando scopro che stavolta ci toccano le solite vivande, per quanto graditissime. Approfitto di una sosta tecnica, di cui mi pento all'istante: i minuti di attesa davanti alla porta del bagno, occupato, diventano ore, anni, secoli, mi gettano nel panico profondo... Meno male che poi son le donne, quelle che svernano alla toilette! Al confronto del baldo atleta che mi ha preceduta, io sono telegrafica... Pochi istanti e via, all'inseguimento. Come sempre, non ho mangiato abbastanza e riparto con la fame. E con la sete: ho pure dimenticato di riempire la borraccia... Poco male, ci pensa il cielo a venire in mio soccorso. Già dalle prime curve di questo sentiero che risale morbido nel bosco, non ci si può più nascondere l'amara verità. Piove.
Si supera la quota degli alberi; da qui alla cima, un'interminabile pietraia, e poi i passaggi aspri, per nulla agevoli, appena sotto il colle. I corridori man mano si fermano per indossare l'abbigliamento impermeabile; anche Gabriele, che tenevo d'occhio da un po' e che mi ha appena recuperato un bel distacco, a grandi falcate. Io la giacca ce l'ho già addosso; non mi resta che tirare dritto, al mio passo.
Un bagliore improvviso squarcia il grigiume delle nuvole basse. Subito dopo, un colpo di tuono che non lascia spazio al dubbio. Mi stupisco io stessa della mia calma serafica. Mi trovo proprio nel posto migliore in cui farsi cogliere dal temporale in montagna: una distesa di pietre, senza alcun riparo, oltre quota 2.000 m, e una pioggia di fulmini e saette sulla capoccia. Fantastico. Che dice il manuale del perfetto escursionista del CAI, a questo proposito? Solo tre parole, è probabile: "Sei un pirla". Ormai sei qui, Gian. Non puoi fare altro che muovere il tuo voluminoso deretano e portarlo il più in fretta possibile oltre il colle. A giudicare dal fatto che anche i miei compagni di viaggio proseguono imperterriti, direi che il senso di inevitabilità è condiviso. In fondo, questo è un posto splendido per passare a miglior vita.

"Ci si drizzano i capelli in testa: essere sorpresi in montagna da un temporale è una cosa terribile; le esplosioni che ti assordano, i lampi che crepitano sopra il tuo capo, le scariche che ti scuotono e talvolta ti sollevano, tutto questo dà al pericolo un carattere tangibile che terrorizza anche i più coraggiosi. Più ancora che sotto un tiro di artiglieria, l'uomo si sente allora senza difesa, abbandonato a forze incontrollabili, capaci di annientarlo in un attimo. Ridotto allo stato di animale braccato, la sua debolezza e la sua solitudine gli appaiono improvvisamente in tutta la loro potenza".
Lionel Terray, "I conquistatori dell'inutile"

Ormai ho quasi raggiunto Giorgio; Gabriele ha quasi raggiunto me. Percorriamo insieme le ultime, ostiche decine di metri di dislivello, in cui tocca fare abbondante uso delle mani, per quanto poco le dita gelate possano far presa sulla roccia fredda e scivolosa. Quel che mi spaventa non sono tanto i fulmini, e relativi scoppi di tuono, quanto i passaggi in cui è proibito perdere l'equilibrio... Il vento quassù è violentissimo, sferza la faccia. Procedo con cautela, i nervi a fior di pelle. Se Giorgio, qui davanti, non la pianta di ripetere che questo genere di situazioni lo esalta, parola mia lo scaravento giù dalla parete... Sarà scontato far credere che sia accaduta una disgrazia.

Col de La Crosatie: se non altro, ora finalmente si scende. Continua a piovere, ma il temporale sembra essersi placato; inoltre, perdendo quota, dovremmo guadagnare qualche grado di temperatura, anche se ormai si va verso la notte. Il freddo è terribile, ora che sono fradicia come un pulcino. Ed i guai non sono affatto finiti, anzi, cominciano ora che, agli occhiali appannati, si sommano la nebbia ed il buio. A fatica, con le dita congelate, trovo nello zaino la pila frontale e me la sistemo sulla capoccia; purtroppo, la situazione non migliora granché. Per essere efficace con la nebbia, la luce dovrebbe essere piazzata più in basso. Giorgio presto allunga il passo e sparisce; lascio andare avanti anche Gabriele, perché mi dà fastidio l'idea di ostacolare qualcuno che potrebbe scendere più rapidamente. In un modo o nell'altro, cerco di cavarmela, bandierina dopo bandierina. La pioggia ogni tanto cessa, poi rinvigorisce. Gian, non farti prendere dallo sconforto. E' come l'anno scorso, esattamente come l'anno scorso. Le previsioni promettono una notte di tregenda, ma poi andrà meglio, vedrai. Non mollare, non lasciarti abbattere. Sarà dura, ma vedrai che sopravvivi.

Così rimuginando, con gli occhi in mano, procedo a velocità da lumaca, mentre mezzo mondo mi sorpassa. Un'eternità, prima che la nebbia si diradi. Il punto di ristoro di Planaval mi pare un miraggio: the caldo, biscotti, formaggio ed un po' di riparo, anche se ormai non piove quasi più. Ritrovo Giorgio: ripartiamo insieme a Domenico ed Oscar, entrambi debuttanti al Tor; Domenico, in particolare, è alla sua prima esperienza con le lunghe distanze su sentiero e le lunghe notti. Mica male, come battesimo! Lo vedo in effetti un po' provato: patisce un po' il ritmo impresso alla marcia da Oscar, più abituato alle tappe forzate in montagna. Sarebbe meglio che decidesse di procedere da solo, senza forzare; altrimenti, rischia davvero di giocarsi l'intera corsa.

Il tratto dal ristoro alla prima base vita di Valgrisenche inizia in piano e prosegue con una leggera salita lungo un sentiero fangosissimo; alcuni km di marcia tranquilla, tanto per stimolare l'appetito, se ce ne fosse bisogno. Giorgio ed Oscar allungano il passo: mi guardo bene dall'idea di seguirli. Sarebbe uno sforzo di pochissima utilità, ma di gran danno per le gambe. E' davvero troppo presto per forzare. Proseguo al mio passo insieme a Domenico. Non capisco se abbia ripreso a piovere, o se quella che ci casca in testa sia l'acqua raccolta dalle foglie degli alberi.
E' buio pesto quando arriviamo in vista del punto di ristoro. Chissà che ora è. Sarà più presto o più tardi rispetto allo scorso anno? Non ha importanza. La smania di far presto mi assale, come sempre. I volontari mi indicano un locale dov'è possibile cambiarsi. Non ci penso nemmeno, a far la doccia, qui: troppa gente, troppa calca. Mi cambio alla bell'e meglio: e addio propositi di mantenere ordine nel borsone giallo. Fazzolettini umidi, cambio di canotta e maglia. C'è anche Gabriele, impegnato in una telefonata e con l'aria un po' perplessa. Saluto, scappo giù al piano terra, restituisco il borsone e passo nell'area allestita per il ristoro; qui ritrovo Giorgio. La mia irrequietezza lo contagia, come se ce ne fosse bisogno: vorrei andar via subito, ma mi dispiace abbandonarlo qui; d'altro canto, mi spiace anche che si ingozzi come un pitone per colpa mia. Anch'io ho bisogno di calmarmi, sedermi un attimo, trangugiare qualcosa di sensato e nutriente... Una pasta, dello yogurt, biscotti, cioccolato, tutto alla rinfusa, senza nemmeno appoggiarmi al tavolo. Friggo. Con il mio compagno di viaggio sono già scintille; nervoso lui, nervosa io, alla fine ci buttiamo fuori più tesi di prima. Attraversiamo il paese, raggiungiamo il sentiero attraverso un prato, passiamo accanto ad una piccola diga. Ha ripreso a piovere. Giorgio allunga il passo, io rimango indietro, preda della mia angoscia. Si annuncia una notte durissima. Salita: se non altro, ci si scalda. Perdo in fretta ogni riferimento di quota, di distanza, anche di tempo. Non si dormirà, non questa notte: come si suol dire, è importante "mettere fieno in cascina", macinare km e ridurre al minimo le soste finché possibile. Il buio è infido, porta con sé tristezza e sconforto. Fango, pietre scivolose, buio opprimente del bosco, ma la scena non cambia quando superiamo il livello della vegetazione d'alto fusto. Neanche una stella. Giorgio procede a poca distanza davanti a me, silenzioso; io mi sento addosso una stanchezza infinita. La luce del Rifugio Chalet de l'Epée, tanto attesa, allarga un po' il cuore. Ricordo questo, delle tante lunghe notti del Tor, il conforto di una luce, anche lontana, fioca. E non c'entra il romanticismo, il bagliore di un vivace fuoco di legna vale quanto quello di un lume alimentato da un generatore; entrambi mi ricordano il motivo per cui l'essere umano è un animale per natura diurno.
Entriamo nella graziosissima struttura di legno, protetta da un'anticamera a vetri per il deposito di zaini ed attrezzi e riscaldata da una stufa. Un po' di the, qualche biscotto. Troviamo Franco, reduce anche lui dal Tor 2010; usciamo dal rifugio insieme, malvolentieri. La pioggia rinforza: certo, la tentazione di restare qui è fortissima... Per costringersi ad abbandonare quel calduccio adorabile ed uscire al buio, al freddo, in faccia ad un muro nero, ci vuole un bel coraggio. Gian, bando alle ciance. Non è il momento di perdere tempo. Bisogna uscire, e subito. Giorgio è titubante, ma evidentemente non se la sente di rinunciare, dal momento che io, pur tormentata dai dubbi, non ammetto la possibilità di restare qui in attesa. Fuori nella notte, tutti e tre. Vento e pioggia ci accompagnano fin su, lungo un sentiero di cui non conosco l'aspetto né il panorama: seguo le bandierine, una dopo l'altra, percepisco la pendenza e nient'altro. Non ce la farò mai... Se continua così, non ce la farò mai. Ho freddo, non vedo nulla, sono stanca, distrutta. Solo la presenza di Franco mi dà un po' di conforto, anche se non so se sia subito alle mie spalle o un po' più indietro, dal momento che si è radunato un piccolo corteo di cui sono in testa. Giorgio forse è appena più avanti, ma la nebbia lo rende già lontanissimo. Non lo vedo e non ne sento i passi. Essere sorpassata in salita, poi, è l'ennesima mazzata al mio amor proprio... Però, in questo momento, anche un concorrente che passa avanti è una presenza amica.

"La montagna è bella quando sopra di lei splende sereno il cielo. Anche se fa freddo, con il sereno la montagna comunica un senso d'affetto, è un'amica, una bella amica fidata. Con il sereno si può vedere lontano: lo sguardo spazia, gira, cerca e viene gratificato. Ma quando la montagna mette il cappotto di nebbia ed una pioviggine come pulviscolo inumidisce la terra e il silenzio dell'autunno fa pensare al tempo che passa, una tristezza infinita avvolge l'ospite dei monti. E' come se quella nebbia entrasse nel suo cuore e nella testa a cancellare i pensieri positivi, l'entusiasmo, la voglia di vivere".
Mauro Corona, "Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"

Il Col Fenetre, quota 2.800 m, arriva all'improvviso, dietro una curva secca a destra. Un'altra interminabile discesa tra buio e lenti bagnate, mille difficoltà ed incertezze, la pila frontale che fa tutto quel che può... Anche qui, preferisco contare solo sui miei piedi e sulla mia luce, per quanto sia difficile. Non riesco a tenere il passo altrui e nemmeno voglio che altri rallentino per aspettarmi. La pioggia a volte sembra placarsi, poi rinforza, sferzata dal vento, un'altalena che oscilla all'unisono con il mio morale. Non riesco a capire che ora sia, non so quanto sia ancora lontana l'alba, forse pochi minuti, forse ore. Il punto di ristoro di Rhemes Notre Dame è un'oasi nel deserto: ci arrivo sola, infreddolita, tormentata dal sonno a cui sapevo di non poter sfuggire. Mangio qualcosa a caso, formaggio, frutta secca, bevo del the caldo. Chissà che fine ha fatto Giorgio: mi guardo intorno nell'anticamera, nella sala tra tavoli e poltrone; non ne vedo traccia. Probabilmente è già ripartito. Non mi stupirei: nervoso com'era quando abbiamo lasciato lo Chalet de l'Epée, è ben possibile che non si sia neppure fermato, spinto via da quella sua inspiegabile rabbia che troppo spesso prende il sopravvento su di lui. La sua debolezza e al tempo stesso la sua forza, in effetti: sono certa che, con un carattere del genere, non si possa vivere sereni... Però la rabbia è il più redditizio tra i carburanti, la più efficace delle medicine, cancella e travolge acciacchi, stanchezza e timori. Insomma: fatelo imbestialire e vi solleverà il mondo... Pace, Gian. Non puoi sapere dove sia né tantomeno cosa gli passi per la testa. Cedo alla tentazione di qualche minuto di sonno: mi accuccio per terra, la testa appoggiata ad una sedia, certa che la scomodità, lo spiffero che arriva da sotto la porta ed il freddo degli abiti bagnati non mi permetteranno più che un brevissimo riposo. La mia pausa, in realtà, si rivela ancor più breve del previsto: dal profondissimo sonno in cui sono piombata all'istante, mi ripesca la mano di uno dei volontari, preoccupato che io possa star male. Tanto meglio, non mi resta che ripartire. E' la volta del Col Entrelor, pochi metri più della famigerata quota 3.000.

Ancora in marcia nella notte, ancora nebbia fitta ed appiccicosa. Almeno si sale e ci si scalda. Oltre la baita di Pré du Bois, quota 1.800 m circa, il sentiero s'infila in un bosco di larici, dove il buio, se possibile, s'infittisce, e dove il calpestìo delle scarpe sul terreno zuppo d'acqua si confonde con i mille rumori della vegetazione. Le previsioni meteo promettevano un miglioramento per il lunedì; devo crederci, è la mia unica speranza, l'unica possibilità di farcela. E' terribile affrontare da capo un'impresa che si è già portata a termine una volta; la paura di fallire è un incubo ancor più tormentoso.

"Improvvisamente mi sento oppresso dal peso di un'immensa solitudine; tutta l'ostilità di questo mondo, tutta la follia della nostra avventura mi appaiono con una chiarezza spaventosa. Perché continuare nella folle impresa? Ho ancora tempo per ribellarmi, per urlare a Lachenal il mio smarrimento, il mio orrore per quelle rocce ghiacciate, e per fuggire verso il calore e la vita. Ma non farò nulla di tutto ciò. Una forza misteriosa mi impedisce di agire; nel fondo del mio cuore so che ora è troppo tardi per ritirarsi, ormai il mio destino è segnato: bisogna vincere o morire".
Lionel Terray, "I conquistatori dell'inutile"


All'altezza di una croce di legno, il bosco cede il passo ad un ampio vallone: non piove più; anzi, il cielo sembra voler mostrare la primissima sfumatura di luce. Non riesco ancora a capire se sia luce tra le nuvole o se... Non oso sperarlo.
Il sentiero risale il vallone con pendenza che va via via crescendo, fino a raggiungere l'alpeggio diroccato di Plan de Feye. E' un vero peccato che una struttura così bella vada a ramengo: le volte in pietra, ancora intatte, sono veri capolavori di architettura. Proseguo: le tante lucine che vedevo in lento movimento lungo la linea di salita al colle sono sempre meno definite, via via che la luce del giorno si fa più intensa. Il cielo è ancora livido, ma sembra aver placato la sua rabbia. Non piove più. Una leggera brezza appiccica gli abiti fradici alla pelle; un'alba a tremila metri può essere molto suggestiva, ma senza dubbio è gelida; se ne accorgono già le mani, rigide intorno ai bastoncini. Le gambe, qui, vorrebbero viaggiare più spedite, lungo un finale di salita che ormai conoscono bene, cattivo, ripido, che dà un sacco di soddisfazione. Ma non me lo posso permettere. C'è qualcosa che non va proprio come dovrebbe; sarà il freddo, o chissà cosa, ma a me sembra che mi manchino un po' le forze. Ergo, prudenza. Un tornante dietro l'altro, mentre i contorni delle cime si fanno via via più definiti. Il colle è lassù, qualche centinaio di metri sopra la mia testa, nero e minaccioso. Sento alle spalle la voce squillante di una ragazza, accompagnata da tre o quattro amici, che si avvicina a velocità impressionante: resto interdetta... Salire a quel ritmo, per di più chiacchierando come se nulla fosse, è impresa che sfugge alla mia comprensione.

L'erba ha ormai ceduto terreno alla pietraia; i tornanti sono sempre più secchi e ravvicinati, fin quasi a perdersi in una flebile traccia, sempre più ripida. Cime aspre e minacciose tutt'intorno; contrasti di luce violenti nel primissimo mattino. Il colle non si vede più, nascosto da alcuni salti di roccia; qua e là le mani fanno comodo per aiutarsi a salire. Supero qualche collega dall'andatura visibilmente lenta e faticosa: non credo si tratti di stanchezza, quanto piuttosto di avversione alla quota. Il Col Entrelor supera appena la fatidica quota di 3.000 m. Idea geniale, quella di Giorgio, di venire quassù ad agosto: me lo sono impresso ben chiaro in mente, il percorso fin lassù; non ci saranno sorprese. Il vento rinforza man mano che guadagno metri, fino a ritrovarmi agli ultimi due tornanti. Sul colle, è ferma la ragazza che mi ha superato come una saetta; si veste e chiacchiera tranquilla. Appena oltre lo scollinamento, l'organizzazione ha piazzato una cellula, credo di metallo e plastica, destinata a rifugio dei volontari che presidiano il passo.

La vista da quassù è di una bellezza sconvolgente. Una valle ampia, verde, laghi e laghetti, quel paradiso che nessuno di noi fortunati del Tor ha più bisogno di andare a cercare altrove. Spira un vento gelido, tanto che le mani fanno persino male. Meglio affrettarsi e scendere verso temperature meno proibitive, anche se spiace; starei quassù in eterno.
Di Giorgio nessuna traccia. Possibile che mi abbia preso tanto vantaggio? Vero, nell'ultima discesa io sono rimasta parecchio indietro, e su questa salita mi sono sforzata di mordere il freno, però... Rinuncio a capire. E' una persona spesso incomprensibile sia quanto a psiche che quanto a risorse fisiche. Non ci sarebbe da stupirsi se fosse già in dirittura d'arrivo a Eaux Rousses, 1.400 m più in basso.

Scendo di buona lena lungo le morbide curve del sentiero. I fili d'erba pettinati dal vento, la pelle d'oca, il sonno che intontisce; ormai è giorno fatto, ma so che non riuscirò a svegliarmi un po' fin quando non sentirò addosso i raggi diretti del sole. Corricchio, poi torno al passo; il cielo limpido mi infonde una gioia quasi incontenibile; se è così, ce la faccio... Anche se mi proibisco di pormi un obiettivo più ambizioso del successivo ristoro. E' lunga, Gian, non dimenticarlo mai.
Il sentiero percorre un lungo tratto quasi in piano e corre accanto all'acqua dei laghetti, con la luce che brilla sulle increspature. Nessuna traccia di camosci, questa mattina: forse sono turbati dalla quantità di gente che s'è improvvisamente riversata a casa loro.
Sono già quasi in vista dell'alpeggio di Djouan quando mi volto per vedere a chi appartengano i passi che mi seguono da un po': toh, guarda chi si vede... Eccolo qui Giorgio, con una cera da funerale. Resto di stucco: "Ma dove diavolo eri? Credevo fossi molto avanti...". Il mistero è presto svelato: a Rhémes, si è fermato a dormire un po' in un locale attiguo alla sala ristoro, della cui esistenza io non mi sono neanche accorta. Lo vedo, che è accigliato; ha la spiccata tendenza a prendere qualsiasi contrarietà come un'offesa personale. Pazienza, gli passerà... Nel frattempo, proseguiamo in silenzio, finché il calore del sole non scioglie le membra, i muscoli ed inevitabilmente anche le lingue. Il tracciato s'infila nel bosco, nascondendoci alla vista il fondovalle, ma sull'altro versante si distingue nettissima la serpentina che risale da Eaux Rousses verso la casa dei guardacaccia e lo splendido pianoro che s'attraversa andando al Col Lauson.

La fame del primo mattino si fa sentire: al ristoro, sotto il gazebo, mi rimpinzo come un otre, in barba alla saggezza che suggerirebbe di presentarsi leggeri al cospetto di una salita da 1.700 m di dislivello tutti in una botta. Dalla fontina al pane a quei fantastici grissini a metà tra l'amaro e il dolce, banane, frutta, patatine, birra, Coca Cola, chi più ne ha più ne metta. Siamo proprio sul piazzale di fronte all'alberghetto "Hostellerie du Paradis": un saluto al simpatico padrone di casa, che ben si ricorda di noi, e ci rimettiamo in cammino. Peccato declinare l'offerta di un caffé, ma non transigo, niente perdite di tempo.

Attraversiamo il fiume. L'anno scorso, ricordo, siamo passati di qua nel primo pomeriggio, con un caldo torrido; dovremmo quindi avere qualche ora di anticipo, oggi. Ma non voglio sapere quanto. Un susseguirsi di ampi tornanti nel bosco ci porta a risalire la montagna ed a osservare, adesso, la discesa appena percorsa al di là della valle; sulle nostre teste, un cielo che più blu non si può. Frena l'entusiasmo, Gian, hai macinato appena 80 km... Neanche un terzo dell'intero viaggio. In alto, sulla nostra sinistra, esposta allo strapiombo, una piccola costruzione, forse una cappelletta. Un passo dopo l'altro, piano, si chiacchiera. Oppure si tace e si ascolta il ticchettio ritmato dei bastoncini, il brusìo del fondovalle sempre più flebile, i rumori improvvisi del bosco, le voci di chi ci precede o ci segue. I tornanti ci portano a superare il primo scalino, oltre il quale il fondovalle sparisce alla vista. La casetta dei guardiacaccia, la fontana. Immagini che tornano alla mente, nitide come fotografie, anche se vissute ormai un anno fa. Una curva a destra ci porta al cospetto del vallone di Levionaz, quasi un pianoro, vastissimo, senza un solo albero, chiuso da una cerchia di picchi aspri e minacciosi. Lo costeggiamo sulla destra; il sentiero risale un paio di tornanti e passa accanto alle vasche dell'acquedotto, per poi piegare deciso verso sinistra, oltre un ponticello, e seguire l'anfiteatro. Sembra di tornare indietro, dall'altro versante della valle; invece no, curve ed altre curve ci conducono all'interminabile pendio finale. Finale, si fa per dire, perché da qui mancano diverse centinaia di metri di dislivello per raggiungere il colle. Per ora, l'occhio scruta le mille pieghe della montagna, che disegna un bordo di pizzo contro il cielo, ma non riesce ad individuare la meta.
Giorgio mostra i primi segni di stanchezza; non ha mai fatto mistero di temere questa salita, per via della quota. Mi sforzo di mantenere un passo molto più lento di quello che terrei se fossi sola, e il più possibile regolare, controllando con la coda dell'occhio, di tanto in tanto, che il mio compare non resti indietro. Non lo nascondo, ci soffro; una parte di me vorrebbe accelerare, andar via, aggredire questa salita così cattiva e raggiungere la meta il più in fretta possibile, anche a costo di arrivarci strisciando. Ma so che questo, per Giorgio, è l'ostacolo peggiore. Forse, in tutto il viaggio, è l'unica vera salita. So bene che ce la può fare, anche da solo, ma è lui che non lo sa. Patisce la quota ed anche la solitudine. Se io lo abbandonassi adesso, non credo di esagerare se dico che rischierei di stroncargli l'intera corsa.

Curva dopo curva, si sale piano. In fondo, non ci rimetto affatto, nemmeno io. E' tutta energia che risparmierò per l'avvenire. A questo punto, lungo un'ascesa così difficile per la quota e soprattutto per la pendenza che cresce in modo subdolo, ogni gesto richiede uno sforzo moltiplicato. E neppure io, devo ammettere, mi sento in perfetta forma, anzi. Probabilmente il favore lo sto facendo a me stessa. E' ancora quella sensazione di... Mah, non so di cosa si tratti.
Il respiro del mio compagno di viaggio si fa più difficile. Attingo a qualsiasi argomento di conversazione possa essere utile per distrarlo; lo incoraggio facendogli notare che non siamo certo gli unici in difficoltà... Ed è vero; gli innumerevoli puntolini colorati che ci precedono o ci seguono sembrano rallentare, man mano che salgono, come se, per un inspiegabile fenomeno fisico, si sentissero sempre più pesanti. Come una boccia che rotola verso il pallino, ma sempre più lenta... La luce quassù è violentissima, dà fastidio agli occhi, persino a me che sono sempre stata nemica degli occhiali scuri. Riverbera sul ghiacciaio che si fa ammirare ad ogni svolta di tornante, sulle pietre, sulla polvere chiara del sentiero. Giorgio parla di fermarsi, di riposarsi un po'... Dai, lo incoraggio, rallentiamo un po', ancora un po', ma facciamo il possibile per proseguire. Niente da fare, non sente ragioni: al di là di un tornante, dove il pendio crea una leggera conca con un'impercettibile idea di ombra, il mio compagno di viaggio decide per una sosta. "Tu vai avanti", mi ordina, con un tono che non ammette repliche. E va bene, vado avanti, tanto so bene che la sua capoccia è cocciuta quanto la mia e non c'è verso di fargli cambiare idea, se ha deciso così. Proseguo con la testa che pesa, pulsa, le gambe fiacche, vuote di energia. Il colle è lassù e lo raggiungerò, questo è fuor di dubbio... Ma ho l'impressione che questa volta mi costerà fatica.

Le pareti incombono sempre più vicine, nere, minacciose; l'ultimo stelo d'erba cede alla pietraia, ostica, ripida, instabile. Ogni passo scivola verso valle, il piede sprofonda nei detriti, lo zig zag sempre più irregolare, cattivo, penoso. Guardo in giù, ma non vedo traccia di Giorgio; del resto, mi è impossibile mettere a fuoco una figura umana, se già devo badare a non volare di sotto. Testa che scoppia, cuore che batte all'impazzata, mi muovo come se avessi gambe e braccia legate a durissime molle. Annaspo. L'unica consolazione è che non sono la sola. Una processione di cadaveri ambulanti, altro che atleti, ecco cosa siamo quassù! E' un brutto colpo all'orgoglio... E' tutto sballato ormai: il battito del cuore, la vista abbacinata dalla luce fortissima, quel poco di equilibrio che ormai se n'è andato, persino la temperatura corporea, che alterna vampate di calore e brividi di freddo senza alcuna ragione. Il vento rinforza... Il colle è lì, poche decine di metri che però costano uno sforzo inaudito. Il fotografo, in vetta, non coglie uno dei miei migliori momenti...

La discesa, qui, va affrontata con molta cautela, nel primo tratto attrezzato con le corde. Un'altra cellula-alloggio per i volontari ci attende, pochi metri più in giù, con bevande anche calde: chissà che un po' di the con lo zucchero non mi rimetta in sesto. Saluto, riprendo la ripida discesa sulla pietraia, che presto digrada in un bel sentiero agevole, tutto a tornanti, una splendida balconata sulla valle verso Cogne. Ma qualcosa continua a non girare per il verso giusto. Le gambe fanno giacomo giacomo, la testa va per conto suo. Mi sforzo di proseguire, ma ben presto mi rendo conto che rischio di stramazzare... Dai Gian, calma. Fermati un attimo. Mi abbatto a lato del sentiero, sdraiata; qualche minuto, solo qualche minuto, finché non starò meglio. Chiudo gli occhi, piombo in una sorta di vigile torpore; mi risveglia, di lì a poco, la voce di Giorgio. Capperi, quanto tempo è passato? Minuti, ore? Poco, per fortuna... Neppure lui è rimasto fermo a lungo, durante la salita; giusto il tempo di lasciarmi allontanare. Per non essere di peso. Ecco, lo sapevo... Mi rialzo, riparto con indosso due giacche ed i brividi che non mi mollano. Tento di seguirlo, ma adesso sono io in difficoltà. Lui trotta di buon passo, prende terreno, io fatico a stare in piedi, ho freddo, una sorta di nausea. Come se non bastasse, ci si è messa anche quella sua frase: "Ci siamo mangiati quasi tutto il vantaggio rispetto all'anno scorso"... Se solo avessi un orologio, ed un'idea anche vaga dei tempi di passaggio del 2010, potrei accorgermi subito che si tratta di un'informazione falsa e tendenziosa. Invece no, ci casco in pieno: il morale crolla sotto le solette delle scarpe, appena prima della suola... Non m'interessa il record, è ovvio, non sono certo un'atleta da tempi d'eccezione, però la consapevolezza di essere "un po' più avanti" rispetto alla scorsa edizione è fonte di grande conforto e sicurezza. Ora come ora, sono così triste e sconsolata che vorrei mollare...

La marcia verso il Rifugio Sella, lungo un sentiero che pare un'autostrada, per me è lenta e faticosa. Giorgio prende vantaggio, si allontana. Io proseguo con la verve di un bradipo in letargo... Mi riprendo un po' solo nell'ultimo tratto prima del rifugio, quando il sentiero, o meglio la scorciatoia, corre lungo un impetuoso e freschissimo salto d'acqua. Attacco bottone con un corridore che mi ha appena raggiunta, riprendo un po' di vigore ed entusiasmo. In quattro salti arrivo al ristoro, dove una gustosissima crostata completa l'opera di risveglio e rinvigorimento. Ho una fame da lupi ed un disperato desiderio di qualcosa di dolce, di zucchero. Infatti, oltre alla crostata, trangugio cioccolato e zollette in quantità.
Pochi istanti e sono dinuovo in marcia, con le mani piene di ogni leccornia e le mascelle in movimento. Il sentiero scende agevole ancora per un po', fino al torrente e ad un breve tratto di risalita, poi... Il disastro: un fondo disastroso, pietroni, asperità, caviglie che si storcono senza tregua, suole che scivolano, un vero disastro. Non me lo ricordavo affatto così! Incespico, m'inciampo, rischio il ruzzolone ad ogni piè sospinto. L'unica nota positiva è che la temperatura, adesso, è tornata confortevole... Posso dinuovo arrotolare la maglia a mò di top e catturare sulla pancia i raggi di questo tiepido sole pomeridiano. Tra improperi e sberleffi di ogni genere, s'arriva finalmente verso il fondovalle, in un bosco fitto e scuro, fino all'abitato di Valnontey; da lì, qualche tratto di asfalto, rumorose sinfonie di clacson e tifo del più vario genere, una strada sterrata ed eccoci alle prime case di Cogne. Abbiamo superato da poco il centesimo km.

A Cogne c'è la seconda base vita; ci sarebbe la possibilità di dormire un po' in una comoda branda. Io però storco il naso all'idea. Non mi va di perder tempo e, soprattutto, di sprecare ore di luce. D'altro canto, il Rifugio Sogno di Berdzé è a quattordici km da qui, e mille metri più in alto; almeno tre ore di marcia, ma è una stima decisamente ottimistica. Ed è, dopo Cogne, il primo punto utile per fermarsi a riposare senza ibernare. Gian, calma. Non è il momento di lasciarsi cogliere dalla fretta insensata. Cammini da due giorni, da cento km. Certo, magari adesso puoi anche pensare di non fermarti, tirare dritto, ma poi? Quando e quanto pagherai la mancanza di riposo?

A Cogne i passanti ci accolgono con grandi feste e complimenti. Seguiamo le bandierine nel paese, fino al palazzetto dello sport, dove troviamo, pronti all'uso, i nostri borsoni. L'atmosfera è calda, allegra. Qui, una bella doccia ristoratrice ed un pasto un po' più corposo dei precedenti sono d'obbligo. A differenza di Valgrisenche, nel palazzetto di Cogne c'è tanto spazio vitale a disposizione; ci si può muovere senza pestarsi i piedi l'un l'altro
Conquistiamo una branda a testa in palestra: qui non c'è già più tutta la ressa che affollava la base vita di Valgrisenche, anche se c'è un gran viavai. Persone, borse, sospiri, lamenti, qualche risata sommessa. I visi tristi di chi ha deciso il ritiro, scarpe abbandonate accanto all'ingresso, bastoncini, volontari, corpi immobili sulle brande, avvolti nelle coperte come in un bozzolo, nascosti dalla penombra della grande palestra. Mi tuffo sotto un getto d'acqua deliziosamente bollente, che ritempra all'istante il corpo e lo spirito un po' fiaccati dai km, ma soprattutto dal freddo e dalla pioggia e dalla paura della notte precedente. Giorgio ha già conquistato un paio di brande, dove parcheggiamo i borsoni per andare a concederci il giusto pasto. Ci si muove nella penombra, si parla sottovoce, per non turbare il sonno di chi è già crollato tra le braccia di Morfeo...

Mangiamo di tutto, con calma. Pasta, formaggio, yogurt, frutta. E birra a volontà, ben due lattine: mi rialzo a fatica... Ma servirà a conciliare il sonno. Salutiamo Francesco, al tavolo accanto a noi, al debutto nel Tor, e ci trasciniamo a nostra volta in branda. Viaggiare con Giorgio, per me che ho sempre timore di perdere troppo tempo nelle soste, è una garanzia. Se si decide di dormire due ore, garantito che al massimo tre quarti d'ora più tardi si è già pronti e scattanti per ripartire. E' più forte di lui, tormentato persino quando riposa. Gli ultimi preparativi e ci rimettiamo in marcia, alla luce delle frontali. Ormai è scesa la notte, la seconda. Camminiamo di buon passo lungo una strada sterrata impercettibilmente in salita, che costeggia il torrente, chiacchierando per tenerci svegli, finché l'umore accompagna; viviamo entrambi in un momento di serenità, ma sappiamo bene che non può durare. E a me tornano in mente gli argomenti di discussione su cui, in questo tratto di strada, ci arrovellavamo l'anno scorso. E' come far scorrere una pellicola, rivedere un film.

A Lillaz, un ponticello ci riporta sull'asfalto. La strada illuminata dalla fioca luce gialla dei lampioni è quasi deserta, nonostante la temperatura gradevolissima per una sera di settembre in montagna. Un po' invidio quei tre o quattro personaggi che ci salutano e ci incoraggiano: tra poco, ad attenderli ci sarà un comodo e caldo lettuccio. Per noi no...
Imbocchiamo il bivio sulla sinistra, un sentiero che si avvia ripido e un po' incerto, a ricordarci che non siamo qui per passeggiare... Superato un primo gradino, a suon di tornanti, il tracciato ci scodella in un ampio pianoro, di cui non possiamo distinguere i confini, se non perché una parte, sopra di noi, è tempestata di stelle. Una notte meravigliosa, la luce della luna che rende quasi superflua la pila frontale. Costeggiamo un recinto, proseguiamo in rettilineo. Una luce rossa, in lontananza, attira la nostra attenzione. E' un generatore... Poco più avanti, del tutto inatteso, un punto di ristoro. Calore umano e calore di bevande, un gustosissimo the; ovviamente anche qui la sosta è d'obbligo: l'imperativo è ingurgitare cibo, sempre e comunque, ogni volta che se ne presenta l'occasione. Servirà.
La solita smania mi rimette in moto i piedi. Abbandoniamo i nostri angeli custodi per addentrarci nel bosco: da qui in poi, il primo avamposto di civiltà sarà il Rifugio Sogno, tra circa 8 km. Ma i km, ormai, non hanno più significato. La notte annulla la percezione del tempo e della distanza.

"Nonostante regnasse la pace profonda della notte, si percepiva con tutti i sensi che la montagna era in fermento e lasciava udire le sue voci. La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurrava. Non si è mai soli di notte sulla montagna. Soprattutto d'estate. Centinaia di occhi spiano, voci chiamano, personaggi misteriosi si fanno vicini. Sono amici invisibili ma fedeli e presenti".
Mauro Corona, "Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"

Mi rendo conto all'improvviso che la vegetazione è sparita: davanti a noi, una bellissima distesa nera, con la luna più piena e splendente che mai. Una notte quasi commovente. Oltre quota 2.000 m, nel luogo più bello del mondo, vivo un sogno che vorrei non avesse fine, anche se il freddo è intenso, passa attraverso gli abiti ed i guanti. Camminiamo e camminiamo. Ricordo di aver visto spuntare la luce del rifugio in alto, sulla destra, un anno fa, ma continuiamo a camminare e non la vediamo mai. Il sentiero non è mai ripido, anzi, offre lunghi tratti di respiro, aggira spallette, sembra correre all'infinito. Gocce di umidità sui fili d'erba brillano all'incontro con il fascio della frontale. Un po' d'ansia ci coglie: ma quando arriva il rifugio? Non è fretta di raggiungerlo, ma desiderio di sapere che c'è... La nostra lunga attesa è infine premiata. Eccola, inconfondibile, la luce. Il nostro faro. Ora possiamo procedere tranquilli, lassù potremo riposare un paio d'ore. Mi rassegno all'idea: da domenica mattina alle dieci, abbiamo riposato si e no un'ora. E siamo alla notte tra lunedì e martedì. Non ha senso chiedere così tanto al proprio corpo, non ora.

Ci immettiamo sulla strada sterrata con cui, da fondovalle, si raggiunge il rifugio anche in auto. Ci accoglie, all'interno della struttura, un caldo meraviglioso. E ben due tavoli del ristoro! Quello "standard" dell'organizzazione e quello offerto dai gestori, con ogni bene possibile ed immaginabile, dai vari tipi di formaggio, alla peperonata, a vari piatti a base di carne di cui, ammetto, apprezzo il profumo, fino ai dolci. Giorgio, pur essendo di pasto piccolo, non disdegna una porzione di peperonata all'una di notte... Siamo in buona e variopinta compagnia: pare che le vivande inducano gli atleti a fermarsi qui più del dovuto. Chiediamo di poter riposare un paio d'ore; i gestori, gentilissimi, ci accompagnano in una stanza pulitissima, ordinata e silenziosa. Si incaricheranno loro di svegliarci. Hanno addirittura un registro in cui sono annotati i numeri degli atleti che stanno riposando qui, con l'ora a cui hanno chiesto di essere buttati giù dal letto... Organizzazione degna del migliore hotel!
Non mi par vero di spaparanzarmi su un vero materasso, con la testa appoggiata ad un vero cuscino. E' un letto a castello: cedo il piano superiore a Giorgio, che ha meno problemi di me con l'arrampicata. Crollo nel sonno con il rammarico di sapere che sarà troppo breve... Il neurone rinviene, solo per un attimo, quando un altro degli atleti a nanna si muove per ripartire. E' difficile da spiegare, quanto sia profondo il senso di sollievo e vera goduria nello scoprire che no, non tocca ancora a me, posso ancora dormire un po'...

Più tardi, però, tocca proprio a me. Chissà che ne è delle varie fasi del sonno, in questa corsa. Secondo me, il cervello per autodifesa salta tutti i gradi intermedi e piomba direttamente a quello più profondo. All'inverso, riemerge dall'abisso dell'oblìo alla veglia quando si tratta di rimettersi in moto. Non ricordo sogni in questi brevi sonni.
Buttarsi fuori è l'impresa più angosciosa. Anche se ho indossato più o meno tutto quel che avevo nello zaino, si tratta pur sempre di passare da un ambiente riscaldato a più di venti gradi ad una temperatura non lontana dallo zero, a 2.500 m di quota e nei pressi di un colle. Per fortuna, ci attende ancora un breve tratto di risalita, forse un centinaio di metri e qualche tornante. Da quassù, l'aria limpidissima ci fa ammirare la lunga fila di lucine sotto di noi, fila che si perde nella notte. I tralicci della linea dell'alta tensione, enormi accanto al colle, sono persino belli, suggestivi. L'anno scorso, quassù, abbiamo visto l'alba. Stavolta la notte è ancora nera e pesta. Brividi di freddo, occhi che si chiudono. Oltre la Fenetre de Champorcher ci attende una lunga, lunghissima discesa, e la discesa è terribile se hai sonno...
Il sentiero scende ripido solo per un breve tratto, poi serpeggia tra i laghetti, quasi senza perdere dislivello. Non siamo soli; alcune luci ci seguono e ci precedono a poca distanza. Le frontali illuminano il pelo dell'acqua, immobile. Restare vigile ed attenta a dove metto i piedi mi costa un grande sforzo: la conversazione, per forza, langue. Mi manca tanto la luce. La marcia è lunga, monotona, interminabile: una discesa ripida ed ostica, se non altro, sarebbe d'aiuto per mantenere la concentrazione.

Quel che resta di un gruppo di edifici in pietra, spettrale nel buio e nel silenzio. Raggiungiamo il punto di ristoro del Rifugio Dondena, dove non ci facciamo mancare una robusta dose di caffé, oltre alla solita scorpacciata di ogni sorta di derrate alimentari ed altre bevande calde. Riparto masticando cracker, tra alpeggi che sembrano abbandonati; una breve discesa ed un errore di direzione di cui, per fortuna, mi accorgo subito. Richiamo a gran voce i corridori più lontani, davanti a me: bisogna superare il ponticello... Poi via, attraverso prati ed acquitrini, finché il sentiero prende rapidamente a scendere in mezzo al bosco. Un attimo prima, sfiliamo di fianco ad un alpeggio illuminato: è ancora notte, ma i margari sono già al lavoro.
La montagna lascia pian piano spazio ad un ambiente ben più umano: minuscoli centri abitati, asfalto, lavori in corso. La vita tra queste case sembra essersi fermata a molti decenni fa. Muri in pietra e legno, corde, paglia, cataste di ciocchi per la stufa, finestrelle minuscole. Poi però ci sono le auto ed i tosaerba. Marciamo già da qualche km in compagnia di Luciano, un veterano delle corse su lunga distanza, di qualsiasi genere, dalla strada alla corsa in montagna ai circuiti. La mattina ci coglie tutti assonnati ed intontiti, tutti persi nei nostri pensieri e nei nostri acciacchi; marciamo a pochi metri l'uno dall'altro, ma quasi come se ci ignorassimo. Le gambe, tutto sommato, stanno bene... Ma so che abbiamo superato appena un terzo della strada e che, citando Ligabue, "il meglio deve ancora venire". In senso ironico, ovviamente.

A Pontboset, brevissima sosta al punto di ristoro, dove ormai senza più pudore alcuno mi getto subito sulla birra. La ripartenza in discesa fa sì che io dimentichi i bastoncini: me li riporta Luciano. Che testa... Un paio di tornanti asfaltati e poi giù, sulla sinistra, lungo il sentiero. Presto la pendenza s'inverte: la lunga discesa s'interrompe ed il percorso ci infligge una breve ma ripidissima risalita, a tornantini su sentiero in mezzo al bosco. L'anno scorso è stato un vero trauma, anche perché qui ci si aspettava di arrivare diretti a Donnas. Ma stavolta non mi fregano più. Stringo i denti e risalgo con entusiasmo: sento alle mie spalle, dal piccolo gruppo che nel frattempo s'è formato, volare le stesse miserie che anch'io, dodici mesi fa, avevo snocciolato. I muscoli si ribellano all'idea di interrompere la noiosissima ma comoda scivolata verso il fondovalle. Il sentiero è tortuoso, strappato al fianco ripido e roccioso della montagna. Riesco a mantenere la testa del trenino solo fin quando si va su... Poi, con la discesa, devo per forza farmi da parte. La temperatura sale, un sole cocente picchia sui nostri crani già confusi. Io me lo godo tutto, il calduccio, perché so che mi mancherà, però la voglia di arrivare a Donnas è forte ed impaziente ormai. Ma la strada è ancora lunghissima: da quando ci arrivano alle orecchie i rumori del fondovalle, rumori di auto, di macchine scavatrici, di clacson, a quando il sentiero ci scodella con i piedi sull'asfalto a Hone, passa un'eternità, e da lì i km sono ancora lunghi. L'imponente mole del Forte di Bard assiste il nostro passaggio sul ponte della Dora e ci accompagna lungo la bella via centrale, lastricata. Ancora, il caratteristico passaggio sotto l'arco. Fa caldo, e ciò è bene, però fatico molto a riabituarmi ai rumori della vita cosiddetta civile. E' un crescendo di insofferenza, fino all'ultimo km prima della base vita: si corre sul marciapiede lungo una strada trafficata... Donnas, finalmente.

Abbiamo in programma una sosta breve: doccia, cambio d'abito, un pasto e poi via. Non so esattamente che ora sia, ma non è ancora mezzogiorno; perdere qui ore preziose di luce sarebbe folle. Una doccia, la miglior terapia possibile contro gli indolenzimenti e la stanchezza. Non mi posso lamentare; il mio corpaccione, anche stavolta, non sembra volermi tradire: le gambe reggono bene, idem il fiato. Quanto al sonno, quest'anno mi sembra di patirlo un po' meno. Quasi centocinquanta km alle spalle. Coccolo i piedi con un nuovo strato di Pasta di Fissan e calze pulite, non prima d'essermi rimpinzata con ogni sorta di alimento che riesco a trovare sul tavolo del ristoro, dalla pasta al pane al formaggio allo yogurt. E lattine di bibita simil – Red Bull a volontà. Provo un po' di pena per le condizioni del pavimento di questo bel palazzetto dello sport... Attila & C., al confronto, avrebbero causato meno danni! Anche qui, mentre mi rassetto per ripartire, non posso fare a meno di notare colleghi di fatica in condizioni impressionanti: piedi piagati, mani sbucciate ed abiti lacerati dalle cadute, sguardi persi nel vuoto, occhi profondamente cerchiati. Molti si abbandonano alle cure di amici, parenti, coniugi giunti apposta per portare conforto. Ma tra "noi", che viviamo tutto questo sulla nostra pelle, e "loro", che assistono e partecipano senza capire, c'è un incolmabile abisso.

"Loro non potevano sapere cos'era per me l'alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l'alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza".
Mauro Corona, "Cani, camosci, cuculi (e un corvo)"

La luce violenta del sole ci raggiunge attraverso le ampie vetrate. E' ora di ripartire, s'ha da fare. Mi godrò le poche ore di caldo, quello vero, che il Tor des Geants concede; presto il cammino tornerà su, alle alte quote, dove il sole scalda quel che può... Ci attende ora un lungo tratto facile dal punto di vista tecnico e senza gran dislivello. Dalle viti ai boschi di castagni, un lungo "su e giù" da affrontare con cautela, con il lauto pasto ancora sullo stomaco. Sentieri e strade sterrate, cappellette, quel che resta di edifici in pietra abbandonati., cataste di legna. Le bandierine gialle sono la nostra guida, sempre. Dai 300 m di quota di Donnas ai 660 del paesino di Perloz: ancora un punto di ristoro, vicino alla chiesa. Qui va a finire che arriverò al traguardo con un bel po' di chili in più rispetto a quelli che avevo alla partenza! Non mi faccio pregare, anzi rendo volentieri onore a formaggi, bibite e soprattutto ad un golosissimo e fresco grappolo d'uva. Poi via, si riparte, giù per gli scalini e tra i vicoletti del minuscolo abitato. In una vasca in pietra fanno bella mostra di sé alcune bottiglie di Coca Cola: frigorifero d'altri tempi!

Un tratto di discesa ripida ci conduce fino in fondo ad una verdissima valletta. Superiamo il torrente su un meraviglioso ponte in pietra, il Ponte di Moretta, passando al centro attraverso una sorta di cappelletta affrescata, per poi risalire fino alla strada asfaltata. Ricordo bene la bella strada sterrata che imbocchiamo poi sulla destra, con pendenza modesta, che consente un buon ritmo di marcia senza troppo faticare. Ed è altrettanto nitida l'immagine dell'imponente chiusa sul ponte che attraversa un impetuoso torrente, un enorme affascinante congegno meccanico. Ma il sonno è traditore, la testa pesante, le palpebre malferme già da un po'. Potrei concedermi qualche minuto di sonno? Lo propongo a Giorgio quasi con timore, visto che di norma sono proprio io quella che non vuol fermarsi mai... Non coglie l'occasione di gustosa vendetta che gli offro; anzi, pare d'accordo. Appena oltre il ponte, un muretto a secco fa al caso nostro. Mi siedo con la schiena appoggiata alla pietra, approfittando di uno spicchio di sole che mi scalda un po'; Giorgio si sistema vicino, ma all'ombra. Non riesco proprio ad immaginare come riesca ad essere impermeabile al freddo. Per me una semplice sosta significa già rischio di congelamento...