Meru Stivale Canadese bambino | Sportler.com giacche canadese

2087620-3 F09921ME 27-30

NumArt. M2087620

Stivale Canadese bambino

Leggera, comoda, ma soprattutto calda! La scarpa invernale Stivale Canadese di Meru protegge i piedi del tuo bambino dal freddo e dal bagnato, e gli permette di giocare senza problemi anche quando nevica. Il materiale utilizzato è particolarmente flessibile anche alle temperature basse, la produzione avviene nel più totale rispetto per l'ambiente grazie all'utilizzo di materiale ecologico, con basso contenuto di cloro, totale assenza di piombo, cadmio e altri componenti pericolosi.
  • fodera interna in pelliccia sintetica (4 mm)
  • galosce Thermo Plastic Rubber: massima tenuta su bagnato e ghiaccio
  • suola esterna antisporco e con grande tenuta e stabilità
  • soletta interna con lana naturale
  • regolazione e chiusura tramite due fascie velcro
  • inserti retririflettenti per la sicurezza al buio
Dettagli del prodotto:
  • Peso 300 g ca (pair)
  • Suola Rubber Raw Terrain
  • Gruppo misure EUR
  • N° variante2087620-3
  • N° fornitoreF09921ME 27-30
  • Adatto per bambino
Informazioni su Meru
Meru: The Origin of Nature
Meru': ottimo rapporto qualità/prezzo! Montagna sacra secondo la mitologia induista e buddhista, il 'magnifico Meru' si ergerebbe al ce ikwilsfa. канадский гусь онлайнntro dell'Universo nella regione dei paradisi laddove risiedono gli dei. 'The origin of nature' è anche il motto di questo giovane marchio d'abbigliamento sportivo e outdoor. Meru è un brand esclusivo commercializzato da Eurofamily (European Sport & Outdoor Retailers), consorzio di dettaglianti specializzati in articoli sportivi e outdoor provenienti da Italia, Germania, Austria e Svizzera, di cui Sportler (Best in the Alps!) è membro fondatore. L'abbigliamento Meru spazia per varie discipline outdoor, come trekking, alpinismo e arrampicata per grandi e piccini, in un ampio assortimento fatto di prodotti confortevoli, economici e colorati. Il "reparto” attrezzatura si compone degli articoli più disparati per accontentare ogni desiderio dell'amante dell'outdoor, con zaini, bastoncini, sacchi a pelo, ecc. scarpe? Under construction!
Prodotti correlati

-10% solo online

Nike Boys' Air Hoodie Full-Zip - giacca fitness con cappuccio - bambino, Black

Nike

Boys' Air Hoodie Full-Zip - giacca fitness con cappuccio - bambino
57,95 52,15

-40%

Hot Stuff Set Boy HS - completo da sci - bambino, Orange

Hot Stuff

Set Boy HS - completo da sci - bambino
165,00 99,00
Nike Girls' Sportswear Leg-A-See - pantaloni fitness - ragazza, Black/White

Nike

Girls' Sportswear Leg-A-See - pantaloni fitness - ragazza
25,00
Adidas Originals Superstar - scarpe ginnastica - bambino, White

Adidas Originals

Superstar - scarpe ginnastica - bambino
69,95

-40%

Hot Stuff Set Girl HS - completo da sci - bambina, Light Blue/Pink

Hot Stuff

Set Girl HS - completo da sci - bambina
165,00 99,00

-30%

Nike Dry Academy Tracksuit - tuta calcio - ragazzo, Obsidian

Nike

Dry Academy Tracksuit - tuta calcio - ragazzo
49,95 34,96

-40%

Alpina Carat - casco sci, Black/Light Green

Alpina

Carat - casco sci
64,95 38,97

-40%

Hot Stuff Giacca da sci Taylor Boy, Print Camouflage

Hot Stuff

Giacca da sci Taylor Boy
89,95 53,97

-40%

Hot Stuff Andrea P - pantaloni da sci - bambino, White

Hot Stuff

Andrea P - pantaloni da sci - bambino
59,95 35,97
Salewa Puez Maol 2 Dwn - giacca in piuma trekking - bambino, Light Blue

Salewa

Puez Maol 2 Dwn - giacca in piuma trekking - bambino
110,00
Prodotti simili

-10% solo online

Meru North Track Baby - Stivali, Navy/Silver

Meru

North Track Baby - Stivali
39,95 35,95

-10% solo online

Meru North Track Junior - Doposci, Black/Pink

Meru

North Track Junior - Doposci
39,95 35,95
Tecnica Flash Plus - scarpa invernale bambino, White

Tecnica

Flash Plus - scarpa invernale bambino
65,95
Tecnica Toronto Plus - scarpa invernale bambino, Brown/Black

Tecnica

Toronto Plus - scarpa invernale bambino
60,95

-50%

Kamik Pearson Jr - Stivali, Gaucho

Kamik

Pearson Jr - Stivali
99,95 49,97

-50%

Kamik Snowtastic - Doposci, Black

Kamik

Snowtastic - Doposci
99,95 49,97

-50%

Kamik Rocket - Doposci, Navy

Kamik

Rocket - Doposci
79,95 39,97

-50%

Kamik Upsurge - Doposci e scarpe invernali, Berry

Kamik

Upsurge - Doposci e scarpe invernali
74,95 37,47

-11%

Tecnica Toronto II Velcro - doposci - bambino, Dark Brown/Orange

Tecnica

Toronto II Velcro - doposci - bambino
62,95 55,95

-75%

Hot Stuff Wunderbar Bambino - Doposci, Black

Hot Stuff

Wunderbar Bambino - Doposci
79,95 19,95

-40% solo online

Moon Boots MB Crib Baby - Doposci, Pink

Moon Boots

MB Crib Baby - Doposci
44,95 26,97

-20% solo online

Moon Boots MB Pod Jr - Doposci, Black

Moon Boots

MB Pod Jr - Doposci
59,95 47,96

-20% solo online

The North Face Chilkat Lace - doposci - bambino, Brown

The North Face

Chilkat Lace - doposci - bambino
69,95 55,96

-10% solo online

Moon Boots MB WE Quilted JR WP - Moon Boot - bambino, Blue

Moon Boots

MB WE Quilted JR WP - Moon Boot - bambino
84,95 76,45

-20% solo online

Moon Boots WE Quilted Jr - Moon Boot, Blue Navy/Royal/Silver

Moon Boots

WE Quilted Jr - Moon Boot
85,95 68,76
Tecnica Toronto Plus SD - Doposci, Black/Dark Brown

Tecnica

Toronto Plus SD - Doposci
69,95

-50%

Kamik Winterland - Doposci, Pink

giacche canadese

женщины-канадцы-гуси
canada goose down giacca
Canada Goose Pas Cher
canada goose naisten takki
canada goose victoria

IFBB UNIVERSE 2 - 2012 Edizione italiana

by Rossella Pruneti

Registrazione Tribunale di Sanremo n. 1 in data 04/01/2012 del Registro Stampa Periodica. IFBB UNIVERSE è anche quotidiano online con Registrazione Tribunale di Sanremo n. 2 in data 04/01/2012 del Registro Stampa Periodica. Direttore Responsabile:... More

Read the publication


 

 

 

 

Storia contemporanea riassunti

 

 

Storia contemporanea riassunti

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Se vuoi saperne di più leggi la nostra Cookie Policy. Scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

 

La Restaurazione


Il congresso di Vienna 


Vinto Napoleone, le maggiori potenze si erano intanto riunite nella capitale austriaca, per decidere quale nuovo assetto dare all'Europa e quali strumenti approntare per la sua conservazione.
Il congresso di Vienna (novembre 1814-giugno 1815) vide la partecipazione di più di duecento delegazioni in rappresentanza di tutti gli stati europei, ma fu di fatto dominato da quattro potenze di primo piano: Austria, Prussia, Russia e Inghilterra. A questo gruppo si aggiunse la stessa Francia della restaurata dinastia dei Borbone; anch'essa, infatti, grazie all'abilità diplomatica del suo rappresentante Charles-Maurice Talleyrand, finì per svolgere un ruolo da protagonista nel corso dei dibattiti.
Cinque grandi potenze europee arrivarono così a costituire il cosiddetto "concerto europeo", ossia un sistema organizzato di stati che riconoscevano di avere un comune interesse riguardo alla conservazione dell'ordine internazionale che era stato creato a Vienna ed era destinato a mantenersi pressoché immutato per almeno quarant'anni.

 

L'ordine di Vienna: legittimità ed equilibrio  

Due furono i criteri-guida posti alla base della complessa opera di ridefinizione della carta geopolitica europea dai negoziatori di Vienna: il principio di "legittimità" e quello di "equilibrio".
Il primo mirava essenzialmente a ripristinare la legalità violata dalla rivoluzione e dalle successive imprese napoleoniche: si trattava, quindi, di riportare i sovrani "legittimi" sui rispettivi troni, restituendo loro tutti i diritti e le prerogative di cui erano stati spogliati.
Il secondo aveva come obiettivo il mantenimento degli equilibri politici raggiunti sul continente. Ciò spiega il trattamento non punitivo riservato alla Francia: un eccessivo indebolimento di quest'ultima avrebbe infatti avvantaggiato troppo la sua tradizionale antagonista continentale, ossia l'Austria.
Lo stato francese otteneva così il sostanziale riconoscimento delle frontiere del 1791, pur perdendo, a vantaggio dell'Inghilterra, possedimenti coloniali in Asia e in America Latina (Seychelles, Tobago, Santa Lucia).

 

L'assetto europeo dopo il Congresso di Vienna  

Le altre "grandi potenze" continentali (impero asburgico, Prussia, Russia) ottennero invece consistenti ampliamenti territoriali. L'Austria, oltre all'acquisto di Istria e Dalmazia, si vide riconosciuto il dominio diretto sul Lombardo-Veneto e indiretto su tutta la penisola italiana. La Prussia si impossessò dei territori posti sulla riva sinistra del Reno, venendo così a confinare con la Francia; in più ottenne parte della Sassonia.
La Russia si ingrandì annettendosi il Granducato di Finlandia e il ricostituito Regno di Polonia, la corona del quale venne cinta dallo zar russo.
I territori del dissolto impero germanico furono riorganizzati in una Confederazione di trentotto stati; tra essi, però, la Prussia era messa nella condizione di svolgere un ruolo egemone.
L'Inghilterra, che non ottenne significativi ingrandimenti territoriali in Europa, si vide comunque riconfermata l'assoluta supremazia militare e commerciale sui mari. Essa infatti mantenne Malta e Gibilterra, basi strategiche di primaria importanza per il controllo del Mediterraneo; ma soprattutto acquistò nuove colonie appartenute sia alla Francia sia all'Olanda (Ceylon, Colonia del Capo e isole Maurizio oltre a quelle che sono già state menzionate).
Il congresso di Vienna creò inoltre intorno ai confini della Francia una cintura di stati-cuscinetto abbastanza solidi da scoraggiare ogni sua futura velleità espansionistica, soprattutto in direzione della Germania e dell'Italia. Sorse così il regno dei Paesi Bassi, formato dall'unione del Belgio e dell'Olanda.

 

La situazione in Italia 

Alle frontiere sudorientali della potenza sconfitta fu inoltre irrobustito il regno di Sardegna, che si vide annessi i domini della ex repubblica ligure.
Per quanto riguarda il resto della penisola italiana, essa rimase suddivisa nel modo seguente: il regno Lombardo-Veneto venne assegnato all'Austria, la quale esercitava altresì un controllo indiretto sui ducati del centro-nord (che erano tornati nelle mani delle vecchie dinastie legittime); lo stato della Chiesa si annetteva parte della Romagna, ma consentiva agli austriaci di mantenere truppe sul suo territorio; il regno di Napoli (che aveva assunto il nuovo nome di Regno delle due Sicilie) tornava in possesso dei Borbone.

 

La Santa Alleanza  

Russia, Prussia e Austria si ersero a protettrici del nuovo ordine socio-politico deciso a Vienna unendosi nella Santa alleanza (alla quale poi aderirono numerosi altri stati europei).
L'accordo, assai vago e impreciso nella sua formulazione, faceva appello alla comune volontà delle nazioni firmatarie di difendere i principi della religione tradizionale e dell'autocrazia regia.
I sovrani di Austria, Prussia e Russia erano invitati a considerarsi "fratelli" e a prestarsi reciproco soccorso.
Con il suo confuso misticismo, la sua concezione sacrale del potere regio, il suo richiamo al ruolo paterno svolto dalla monarchia nei confronti dei popoli soggetti, il patto della Santa alleanza ben mostrava l'ideologia reazionaria che accomunava i tre sovrani.
L'Austria vide però giustamente in esso soprattutto la legittimazione del principio di intervento: questo significava che a ciascuna delle grandi potenze veniva riconosciuta la possibilità di intervenire negli affari interni di un altro paese, qualora in esso si fossero accesi pericolosi focolai di rivolta che minavano l'ordine di Vienna. Proprio per questo motivo, oltre che per la nebulosità dei contenuti, il patto non venne sottoscritto dall'Inghilterra.

 

L'ideologia della Restaurazione  

Il periodo compreso tra il 1815 e il 1830 fu quindi segnato dal clima della Restaurazione, cioè dalla chiara volontà di imporre un ritorno al passato in campo politico, sociale e religioso.
Una buona parte della stessa cultura romantica dell'epoca si prestò a servire questo disegno, fornendo ampie revisioni critiche dei fondamenti, degli ideali e dei metodi del pensiero illuministico, che ora viene visto come primo responsabile del dissesto politico e spirituale dell'Europa.
In quest'opera si distinsero in particolar modo i campioni del reazionarismo francese come Louis De Bonald, Joseph De Maistre e René Chateubriand. Con la sua rivalutazione dei sentimenti contro la fredda ragione, la sua esaltazione dei valori tradizionali, la sua idealizzazione del mondo rurale e del medioevo, il romanticismo ben si accordava con le esigenze politiche di un ritorno all'ordine nel senso dell'alleanza da stabilirsi fra trono e altare.

 

Il pensiero liberale di matrice inglese 

Per altri versi, tuttavia, è lecito affermare che proprio nell'epoca della Restaurazione il liberalismo europeo giunse a elaborare le proprie posizioni più mature, anche se nel contesto di una generale tendenza alla moderazione.
Anzitutto, sul piano economico, nel periodo in questione, i principi del liberismo provenienti dall'Inghilterra si affermano progressivamente in tutta Europa. Un'ottimistica fiducia nello sviluppo capitalistico come strumento in grado di garantire concreti vantaggi all'intera società pervade la borghesia europea.
Economisti inglesi come Adam Smith (autore di una celeberrima Indagine sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni, 1776) e il suo allievo David Ricardo vengono accolti come oracoli. All'interno delle loro opere si cerca la conferma dell'idea che la libertà di produrre e commerciare, la libera concorrenza, lo sviluppo tecnologico e industriale sono le vere chiavi del progresso economico e sociale.

 

I limiti del pensiero liberale 

Sul piano strettamente politico, il liberalismo del primo Ottocento si riallaccia direttamente alle elaborazioni "classiche" di Locke e Montesquieu, mentre rigetta gli sviluppi più apertamente democratici del pensiero illuministico.
Negli scritti di Benjamin Constant, per esempio, la libertà del cittadino poteva essere realizzata solo all'interno di uno stato costituzionale e parlamentare dove la rappresentanza politica fosse riservata ai ceti sociali più abbienti e istruiti.
La democrazia diretta e l'egualitarismo di J.J. Rousseau vengono respinti come fattori limitanti i diritti individuali e direttamente collegati con gli esiti dispotici del governo del Terrore. Accade così che il criterio classista, basato sul censo, quale fattore di selezione del gruppo degli aventi diritto alla partecipazione attiva alla vita politica, venga introdotto proprio in nome dei "principi dell'89".
Ciononostante il potenziale eversivo delle idee liberali nei confronti dell'ordine di Vienna appare innegabile.

 

L'idea di nazione nel pensiero romantico 

Lo stesso movimento romantico non fu univocamente orientato in senso conservatore. Si potrebbe ricordare che in campo filosofico la corrente più moderna e autorevole è rappresentata dall'idealismo tedesco. Nell'opera di G.W.F. Hegel (1770-1831), suo massimo esponente, la filosofia idealistica realizza una felice sintesi di temi di chiara ispirazione conservatrice con idee che molto devono al liberalismo borghese. Così Hegel scrive in difesa dello stato conservatore prussiano, considerato come il luogo della piena realizzazione della libertà; ma contemporaneamente fonda una complessa visione progressiva della storia, all'interno della quale il popolo-nazione svolge un ruolo propulsivo fondamentale.
Queste idee si ponevano in aperta rottura con le tendenze restauratrici del congresso di Vienna, che aveva disegnato la geografia politica europea senza tener conto degli interessi dei popoli. Non per nulla gran parte del liberalismo moderato in lotta per l'unità e l'indipendenza delle nazioni vedrà nel romanticismo hegeliano un sicuro punto di riferimento ideologico.

 

Il cattolicesimo liberale 

Perfino all'interno del mondo cattolico vi furono pensatori, come Felicité de Lamennais (1782-1854), che sostennero la non inevitabilità del connubio tra cattolicesimo e ideologia reazionaria.
Il cattolicesimo liberale venne condannato da papa Gregorio XVI e messo al bando dalla Chiesa, tuttavia suscitò il pieno consenso degli intellettuali cattolici di tendenze moderate.

 

I primi pensatori socialisti  

Non mancarono, nell'età della Restaurazione, correnti orientate verso il pensiero democratico e socialista.
Gli esponenti del socialismo utopistico (Saint-Simon, Fourier, Owen) appaiono consapevoli dell'inarrestabilità dello sviluppo industriale e capitalistico.
È loro opinione tuttavia che l'evoluzione debba essere contemperata da misure democratiche (come il suffragio universale), per garantire a tutti i cittadini la libertà e il benessere che il nascente capitalismo e l'ideologia liberale riservavano ai ceti privilegiati.

 

 

I primi moti liberali

 

Le contraddizioni in seno alla Restaurazione 

Sul piano internazionale il congresso di Vienna aveva creato in Europa una situazione di equilibrio destinata a mantenersi sostanzialmente inalterata almeno fino agli anni Sessanta. Sul piano interno, però, il periodo della Restaurazione non fu un periodo di immobilismo politico e di pace sociale.
Il fatto è che il ricordo degli anni della rivoluzione francese e della successiva dominazione napoleonica era troppo vivo nelle coscienze europee perché un ritorno all'ancien régime fosse realmente proponibile. Troppo forte era il contrasto tra le aspirazioni alla libertà, all'uguaglianza, all'autogoverno diffuse nella borghesia e la chiusura paternalistica e autoritaria propria dei regimi restaurati, che pretendevano perfino di ripristinare gli antichi privilegi concessi alla nobiltà di sangue e del clero.
Lo stesso sviluppo dell'industrializzazione, che proprio negli anni che coincisero con il blocco commerciale voluto da Napoleone aveva fatto notevoli passi avanti nel continente, poneva ormai problemi non risolvibili nell'ambito della vecchia politica assolutistica.

 

Il regime costituzionale francese  

Di tutto questo si mostrò ben consapevole la monarchia borbonica, tornata a regnare in Francia con Luigi XVIII. Resistendo alle pressioni degli ambienti ultrareazionari (i cosiddetti ultras) il nuovo sovrano manifestò subito la propria intenzione di tener conto dei recenti sviluppi storici emanando spontaneamente una Carta costituzionale.
Per quanto octroyée (ossia "benevolmente concessa") la costituzione di Luigi XVIII sanciva le principali acquisizioni del periodo rivoluzionario: il potere esecutivo era distinto dal legislativo, affidato a un parlamento bicamerale; il sistema elettorale, per quanto fortemente restrittivo su base censitaria, consentiva almeno all'alta borghesia di eleggere propri rappresentanti nella camera dei deputati (l'unica elettiva: la Camera dei pari era di nomina regia).
Ciò non bastò a sedare i violenti contrasti tra la volontà risolutamente restauratrice di gran parte dell'aristocrazia francese e le aspirazioni dei liberali, ma consentì almeno che i conflitti sociali si svolgessero alla luce del sole, sotto forma di normale lotta politica.

 

I governi conservatori inglesi 

In Inghilterra, patria del liberalismo e del regime parlamentare, il clima della Restaurazione non si tradusse certo in un'impossibile volontà di ripristino dell'antico regime. Indubbiamente anche qui si verificò un ritorno in forze dei ceti nobiliari alla guida della cosa pubblica.
Negli anni Venti i governi conservatori si preoccuparono soprattutto di difendere gli interessi dell'aristocrazia terriera imponendo una politica fortemente protezionistica nei confronti della importazione del grano (leggi sul grano, 1815). Il conseguente aumento del prezzo del pane penalizzava anzitutto le classi popolari, già gravemente colpite dalla disoccupazione seguita alla contrazione della produzione industriale negli anni del blocco dei commerci imposto da Napoleone.
Il disagio subito dalle masse operaie sfociò in una serie di agitazioni di piazza, alle quali il governo rispose con una spietata repressione. Già alla fine del decennio, però, l'avvento al potere di elementi più moderati portava a un'attenuazione delle misure poliziesche, alla concessione di un limitato diritto di associazione per gli operai, alla parificazione dei diritti dei non anglicani (cattolici irlandesi in primo luogo).

 

Le società segrete  

Nei paesi della Santa alleanza la sola risposta conosciuta nei confronti di qualsiasi forma di dissenso fu invece la repressione poliziesca. Questo spiega il rapido diffondersi, all'interno di questi stati, di un certo numero di società segrete, nelle quali i fautori del nuovo orientamento politico borghese cercavano di svolgere la propria attività di propaganda e di lotta.
Gli obiettivi perseguiti dalle organizzazioni clandestine erano differenziati a seconda del contesto nel quale operavano e dei leader che le guidavano: si andava dalla richiesta di una costituzione alla proposta di un regime repubblicano o giacobineggiante, dalla lotta per la cacciata dello straniero alla rivendicazione dell'unità e indipendenza nazionali.
La più famosa e ramificata di queste associazioni fu la carboneria, assai attiva in Francia e in Italia. I suoi adepti provenivano dalle file sia della borghesia intellettuale sia della nobiltà di idee liberali; molti poi erano gli ex ufficiali dell'esercito napoleonico costretti alla pensione dal ritorno dei sovrani "legittimi".

 

I primi moti costituzionali  

Nel biennio 1820-1821 l'attività di queste società segrete sfociò in un primo insieme di moti che presentavano un carattere costituzionale e liberale.
Una prima insurrezione scoppiò in Spagna, a Cadice, il 1° gennaio 1820, per iniziativa di due ufficiali dell'esercito, Rafael Riego e Antonio Quiroga.
La rivolta coinvolse presto le numerose organizzazioni clandestine presenti nel paese, tra le quali si distingueva, per forza organizzativa e per il numero degli affiliati, quella dei comuneros.
Ferdinando VII di Borbone fu costretto a concedere una carta costituzionale modellata su quella emanata a Cadice nel 1812. Subito dopo, il moto rivoluzionario si estendeva al Portogallo, dove i rivoltosi imposero al re Giovanni VI di Braganza di tornare dal Brasile (dove si era rifugiato all'epoca dell'occupazione napoleonica) e concedere la costituzione.

 

I moti del 1820-21 in Italia 

 

La ventata di protesta si estendeva anche in Italia. Nel regno delle due Sicilie una sollevazione promossa dalla carboneria e guidata da un ex ufficiale napoleonico, il generale Guglielmo Pepe, costringeva il re a concedere la costituzione di Cadice (7 luglio 1820). La conseguente mobilitazione di tutte le organizzazioni clandestine italiane mise capo, infine, a tentativi insurrezionali in Lombardia e Piemonte.
L'insurrezione piemontese (marzo 1821) fu organizzata da un ristretto gruppo di aristocratici liberali, che avevano creduto inizialmente di poter contare sull'appoggio di Carlo Alberto, principe di Carignano e presunto erede al trono sabaudo. Dopo aver concesso la costituzione spagnola del 1812, però, Carlo Alberto abbandonò a se stessi i rivoltosi e si mise sotto la protezione dello zio Carlo Felice, divenuto nel frattempo re di Sardegna in seguito all'abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I.

 

L'Austria "gendarme d'Europa"  

Tutti questi fermenti non potevano però non scatenare la reazione delle potenze conservatrici. La repressione materiale delle rivolte venne affidata, dopo i congressi di Troppau (1820) e Lubiana (1821), all'Austria di Metternich, vero "gendarme d'Europa". Truppe austriache intervennero a protezione dei legittimi sovrani e senza troppe difficoltà sia nel regno delle due Sicilie sia in Piemonte restaurarono il loro potere (marzo-aprile 1821).
Contemporaneamente la polizia austriaca riusciva a scompaginare le organizzazioni carbonare del Lombardo-Veneto, procedendo a numerosi arresti seguiti da pesanti condanne. Nel corso di un ulteriore congresso tenuto dalla Santa alleanza a Verona (1822) fu inoltre decisa la repressione del regime costituzionale spagnolo, prontamente effettuata dall'esercito francese (1823).
Nel 1823 veniva infine abolita la costituzione anche nello stato del Portogallo. Il sistema poliziesco continentale orchestrato da Metternich dimostrava così tutta la sua efficienza.

 

La rivolta decabrista in Russia 

Un estremo sussulto rivoluzionario si ebbe nel dicembre 1825 in Russia. Qui, ufficiali dell'esercito e aristocratici liberali approfittarono della morte dello zar Alessandro per avanzare richieste di modernizzazione economica e politica. La rivolta, che viene detta "decabrista" proprio perché scoppiata nel mese di dicembre, fu stroncata dal nuovo zar Nicola I, che procedette senza indugio a far giustiziare i promotori.

 

La questione d'Oriente 

Ben più dei fallimentari moti degli anni Venti, furono gli sviluppi della situazione politica internazionale a incrinare la solidità del sistema repressivo che era stato creato dalla Santa Alleanza.
La prima crepa all'interno del blocco monolitico del concerto europeo si aprì infatti in seguito all'esplosione della cosiddetta questione d'Oriente.
All'origine di questa crisi vi era l'inarrestabile decadenza dell'impero turco, messa in evidenza dalla definitiva emancipazione di alcuni paesi vassalli come l'Egitto e soprattutto dall'insurrezione della Grecia (1821).
Il moto indipendentista greco riscosse ampi consensi da parte dell'opinione pubblica europea, spingendo i governi di Russia, Inghilterra e Francia a intervenire in sostegno degli insorti.
I meccanismi repressivi adottati dalla Santa alleanza, quindi, in questo caso, nonostante le proteste avanzate dell'Austria, non scattarono, e alla fine la Grecia ottenne il riconoscimento internazionale della propria indipendenza nel corso dell'anno 1830.
Questo veniva a costituire un primo importante successo ottenuto da parte delle forze liberali dell'Europa.
La prospettiva di ricavare una serie di ingrandimenti territoriali e di benefici  di tipo economico e politico dalla disgregazione del cosiddetto "grande malato" (con questo nome veniva chiamato l'impero turco) avrebbe però molto  presto messo le potenze europee a confronto: l'una contro l'altra.

 

L'Europa del 1830

 

La rivoluzione di luglio in Francia  

All'inizio degli anni Trenta, il sistema delle potenze europee si trovava diviso in due blocchi contrapposti: da un lato c'erano Francia e Inghilterra, le due potenze liberali le cui posizioni si erano avvicinate nel corso della lotta a sostegno dell'indipendenza greca; dall'altro Austria, Prussia e Russia, che formavano il fronte della conservazione.
La spaccatura era destinata ad approfondirsi ulteriormente dopo gli eventi rivoluzionari che scossero la Francia nei primi mesi del 1830.
Dopo la morte di Luigi XVIII, in Francia era salito sul trono Carlo X (1824-1830), esponente di primo piano delle tendenze ultrarealiste. La sua politica, di segno decisamente reazionario, culminò nella primavera-estate 1830 in un vero e proprio tentativo di colpo di stato teso ad annullare le pur moderate garanzie costituzionali concesse dal predecessore. A questo miravano le famose quattro ordinanze emanate dalla corona il 26 luglio, pochi giorni dopo l'occupazione militare di Algeri attuata allo scopo di distrarre l'opinione pubblica dai problemi interni.
Il popolo parigino reagì prontamente determinando, dopo tre giorni di insurrezione (27-29 luglio, le Tre gloriose giornate), la fuga di Carlo X.
Il moto rivoluzionario fu abilmente pilotato da esponenti moderati come il generale La Fayette e gli intellettuali Adolphe Thiers e François Guizot, che infine offrirono la corona a Luigi Filippo d'Orléans, figlio di quel Filippo Egalité che aveva preso parte alla rivoluzione del 1789 (finendo infine giustiziato dal governo del Terrore) e conosciuto per le sue tendenze liberali.
Luigi Filippo, il re borghese  
Luigi Filippo non deluse le speranze dei moderati che lo avevano portato al potere, riconoscendosi re dei francesi per volontà della nazione (e non re di Francia per diritto divino) ed emanando una nuova costituzione di spirito più liberale. L'esatta misura del cambiamento verificatosi nel paese con l'avvento del re è offerta dal fatto che, alla testa dei primi governi del nuovo sovrano, troviamo figure come quelle dei due potenti banchieri Lafitte e Périer.
Nella Francia del re borghese (come fu ben presto chiamato Luigi Filippo) dominavano ormai incontrastati i ceti imprenditoriali, finanziari e capitalistici, le fortune dei quali erano notevolmente aumentate con i progressi dell'industrializzazione nel paese.
Insoddisfatti dell'esito della rivoluzione di luglio rimasero invece gli strati popolari, che pure avevano partecipato attivamente al moto: insurrezioni operaie scoppiarono infatti a più riprese negli anni successivi nei principali centri industriali della Francia (per esempio a Lione nel 1831, 1832 e 1834).

 

I moti liberali del 1830-1831  

A sottolineare il distacco della nuova Francia orleanista dalle potenze della Santa Alleanza, Luigi Filippo enunciò il principio del non intervento, opposto a quello caro all'Austria di Metternich. Esso suscitò molte infondate speranze nei paesi che subivano i rigori dell'ordine di Vienna; di fatto, però, agì in senso positivo solo nel caso del Belgio, insorto nell'agosto del 1830 per ottenere l'indipendenza dall'Olanda.
L'intervento degli eserciti della Santa Alleanza fu infatti impedito da una decisa presa di posizione francese.
Il sostegno in questo modo offerto al moto liberale dei belgi rimase però soltanto un episodio isolato.
Quando nel novembre successivo la Polonia si ribellò alla dominazione zarista, la Francia lasciò mano libera all'intervento repressivo russo. Identica sorte toccò all'Italia, dove nel febbraio del 1831 un moto carbonaro guidato dal commerciante emiliano Ciro Menotti aveva portato alla istituzione a Bologna di un governo autonomo delle province unite. Nei progetti degli insorti, esso doveva costituire il primo passo verso la realizzazione di una monarchia rappresentativa nazionale.
Anche in questo caso lo stato francese si astenne da qualsiasi tipo di iniziativa e l'insurrezione fu prontamente repressa dalle truppe austriache, intervenute su richiesta di papa Gregorio XVI.

 

La quadruplice alleanza liberale  

La svolta in senso liberale impressa dal nuovo regime di Luigi Filippo favorì ad ogni modo un ulteriore avvicinamento della Francia all'Inghilterra.
Dopo il 1833, inoltre, il fronte delle potenze liberali si allargò anche alla Spagna e al Portogallo. Nei due paesi iberici erano infatti scoppiate gravi crisi dinastiche, sfociate, grazie all'intervento anglo-francese, nell'instaurazione di regimi di tipo monarchico-costituzionale. In opposizione allo schieramento conservatore era così sorto il blocco cosiddetto della quadruplice alleanza.
La "cordiale intesa" tra Francia e Inghilterra fu messa in crisi dai contrasti sorti tra le due potenze riguardo alla questione d'Oriente. Nel 1840 il riaccendersi del conflitto tra Turchia ed Egitto provocò l'intervento armato dell'Inghilterra, timorosa che la Russia potesse trarre eccessivi vantaggi dalla disgregazione dell'impero turco. La Francia minacciò allora di intervenire in difesa dell'Egitto, verso il quale nutriva da tempo malcelate mire di tipo colonialistico.
L'abile diplomazia inglese riuscì alla fine a risolvere la crisi a tutto vantaggio degli interessi dell'Inghilterra. Il trattato di Londra del 1840 pose fine allo scontro turco-egiziano con un compromesso che salvava l'integrità della Turchia; la successiva sigla della Convenzione degli stretti (1841), che stabiliva la chiusura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli al passaggio di flotte militari di qualsiasi paese nel caso di un conflitto tra le potenze europee, frustrava le aspirazioni della Russia a uno sbocco sul Mediterraneo.

 

Il blocco conservatore  

Molti paesi cominciavano ormai a guardare con interesse alla Francia e all'Inghilterra, divenute patria d'elezione dei liberali di tutta Europa, per imitarne le soluzioni istituzionali ed economiche. Fu questo per esempio il caso dell'Olanda, che adottò un regime costituzionale, e del Belgio, governato dai cattolici liberali, che imboccò con decisione la via dell'industrializzazione.
Anche Svezia e Norvegia si convertivano al modello economico inglese, adottando una politica di libero scambio.
Ben diversamente andavano le cose negli stati appartenenti al blocco conservatore o comunque sottoposti al loro controllo. Qui, l'arretratezza delle strutture politiche, sociali ed economiche rendeva assai difficile l'affermazione della civiltà industriale. La mancata soluzione del problema nazionale in paesi come l'Ungheria austriaca, la Polonia soggetta alla Russia, l'Italia e la Germania, costituiva un ulteriore ostacolo sulla strada di una evoluzione in direzione del moderno liberalismo borghese.
Ciò non significa, però, che in questi paesi fossero del tutto assenti le spinte alla modernizzazione. Il risveglio della coscienza nazionale, stimolato anche dalla diffusione delle idee romantiche, procede infatti inarrestabile, pur tra le mille difficoltà create dal pesante clima repressivo. Anche la consapevolezza della necessità di un decisivo progresso delle strutture economiche viene gradualmente maturando.

 

Tra arretratezza e sviluppo 

Certo la netta prevalenza di un'economia di tipo agricolo, basata sull'ampio ricorso a manodopera ancora soggetta a vincoli servili di origine feudale, costituirà ancora per molti anni un ostacolo quasi insormontabile all'imporsi di una mentalità imprenditoriale e liberale in paesi come la Russia, la Polonia o la stessa Austria. Uno sviluppo promettente si verifica però a partire dagli anni Trenta nell'area germanica.
Qui il varo, nel 1834, di un'unione doganale (Zollverein) e di una politica commerciale comune creò nel cuore dell'Europa una vasta zona di libera circolazione delle merci, favorita dalla precoce realizzazione di una capillare rete ferroviaria. Furono così poste le premesse del futuro grande sviluppo industriale tedesco.
Quella che è stata chiamata la "via prussiana" all'industrializzazione si caratterizzò anzitutto per l'assenza di una corrispondente evoluzione in senso liberale delle istituzioni politiche. In Germania del resto la borghesia rimase minoritaria nel ceto degli industriali rispetto alla schiacciante prevalenza dell'antica nobiltà terriera.
Anche sul piano dei rapporti internazionali lo sviluppo industriale tedesco non coincise con scelte di tipo liberoscambista come nel caso dell'Inghilterra, ma si sposò con una certa recrudescenza di dottrine protezionistiche.

 

Il riformismo liberale inglese 

A partire dagli anni Trenta, si aprì per l'Inghilterra un lungo periodo di stabilità istituzionale e di dinamismo riformistico. I partiti liberale e conservatore (le due forze politiche sorte dalle ceneri dei vecchi schieramenti dei whig e dei tory) che si alternarono al governo si mostrarono nel complesso capaci di recepire le esigenze di rinnovamento di una società e un'economia in rapido sviluppo.
Negli anni Trenta, veniva varata una serie di riforme che ampliarono consistentemente il diritto di voto (1832-1835), decretarono l'abolizione della schiavitù nelle colonie (1833), stabilirono le prime leggi per la tutela del lavoro minorile nelle fabbriche (Factory Act, 1833) e istituirono un primo abbozzo di sistema assistenziale (1834).

 

Il cartismo 

 

Il persistente malessere degli strati più poveri della popolazione si espresse verso la fine degli anni Trenta in una serie di violente manifestazioni promosse dal movimento Cartista.
Quest'ultimo prendeva il nome dalla Carta del popolo, un documento che richiedeva il suffragio universale maschile, considerato lo strumento più idoneo per avviare a soluzione i problemi della classe operaia.
Intorno alla metà degli anni Quaranta, però, il movimento si sciolse, sia per la dura repressione poliziesca alla quale era sottoposto, sia perché le stesse organizzazioni dei lavoratori (Trade Unions) preferirono abbandonare la lotta sul terreno politico per concentrarsi sulle rivendicazioni a carattere propriamente sindacale.

 

Il liberoscambismo 

Sul piano economico l'Inghilterra adottò nel corso degli anni Quaranta una decisa politica liberoscambista. L'abolizione delle leggi protezionistiche sul grano, opera del governo conservatore di Robert Peel (1841-1846), era fortemente voluta dalla classe imprenditoriale.
Intorno alla metà del secolo infatti l'Inghilterra era la massima produttrice di manufatti industriali del mondo e una politica di libero scambio, lungi dal minacciare il suo primato industriale, non poteva che portarle notevoli vantaggi sul piano delle esportazioni.
Ciò spiega, la solidarietà inglese a sostegno delle lotte indipendentistiche e costituzionali dei paesi soggetti al controllo delle potenze conservatrici. Insieme al sistema parlamentare, l'Inghilterra auspicava anche il liberoscambismo, trasformandosi in mercati per la crescente produzione manifatturiera.

 

La società borghese 

La nuova, o forse sarebbe più corretto dire la più netta, preponderanza dei fattori economici nelle scelte politiche dei vari paesi durante il XIX secolo, si collega con un decisivo fenomeno di ordine sociale: l'ascesa dei ceti borghesi, che hanno la loro punta di diamante nel gruppo degli imprenditori industriali.
A buon diritto, il XIX secolo può essere chiamato l'età della borghesia.
Grande protagonista delle radicali trasformazioni che investono il mondo della produzione con la nascita del sistema industriale, essa scalza progressivamente l'assoluto predominio una volta detenuto dai ceti nobiliari.
Per quanto assai differenziata al suo interno, la borghesia è nel complesso portatrice di una nuova mentalità, per la quale la proprietà privata, acquisita attraverso il lavoro, costituisce il fondamento della società, il criterio di misura del valore della persona, lo scopo fondamentale dell'agire umano. Gli indiscutibili successi del sistema industriale fanno sì che i nuovi valori borghesi tendano a proporsi come modelli di riferimento per l'intera società.

 

Le trasformazioni sociali 

Le stesse vecchie classi dirigenti aristocratiche tendono a imborghesirsi, sia investendo a loro volta i patrimoni in attività produttive, sia stringendo legami matrimoniali con le famiglie borghesi arricchite.
Intorno alla metà del XIX secolo ai vertici della gerarchia sociale e politica si è ormai affermato un nuovo tipo di ceto dirigente: il ceto degli imprenditori, siano essi industriali, commercianti, banchieri o proprietari terrieri. Una nuova società articolata in classi definite sia dalla posizione occupata nel processo produttivo sia dalla ricchezza prende così il posto del vecchio ordinamento sociale basato su ordini rigidi (nobiltà, clero, terzo stato) ai quali si apparteneva per nascita.
Una conseguenza del nuovo stato di cose si traduce così nell'accentuata mobilità sociale. La possibilità di accumulare con una rapidità un tempo impensabile ingenti ricchezze è del resto connaturata alla civiltà industriale.
All'ascesa inarrestabile operata dalla borghesia fa da contraltare, nel corso di tutto l'Ottocento, il progressivo immiserimento degli antichi ceti artigianali e della piccola proprietà contadina, che erano incapaci di fronteggiare la sfida dei nuovi metodi produttivi.
All'interno della cosiddetta "società borghese" si viene così delineando sempre più chiaramente la netta contrapposizione in due classi fondamentali: la borghesia capitalistica, proprietaria dei mezzi di produzione moderni, e il proletariato, ossia la massa dei lavoratori salariati (operai e braccianti).

 

L'espansione coloniale  

Uno dei principali corollari dell'imponente incedere dell'industrializzazione europea fu la vigorosa ripresa dell'espansionismo coloniale inglese e francese. Mentre però la Francia nella prima metà del XIX secolo si limitava alla conquista (1830) e alla graduale colonizzazione dell'Algeria, l'Inghilterra procedeva a un ben più deciso consolidamento e ampliamento dei propri domini nei continenti extraeuropei. In Africa gli inglesi estesero i propri possedimenti nella zona del Capo di Buona Speranza, annettendo il Natal (1843).
L'espansionismo inglese in Sudafrica costrinse i boeri, coloni di origine olandese, a emigrare verso l'interno, dove diedero vita alle repubbliche del Transvaal e dell'Orange.
In Australia e Nuova Zelanda, a quel tempo già colonie di deportazione, l'Inghilterra diede impulso a un sempre più consistente afflusso di coloni, impegnati soprattutto nell'allevamento del bestiame.
Procedeva intanto inarrestabile anche l'assoggettamento dell'India, dove il dominio diretto del governo inglese si sostituì progressivamente a quello esercitato dalla Compagnia delle Indie a partire dalla nomina del primo governatore britannico nel 1816.

 

La guerra dell'oppio  

Negli stessi anni l'Inghilterra attuava una decisa politica di penetrazione economica anche nei confronti della Cina.
Qui, nel 1840, veniva coinvolta nella cosiddetta guerra dell'oppio, scatenata dal governo cinese nel tentativo di stroncare il fiorente commercio di questo stupefacente praticato dagli inglesi.
Il conflitto si risolse però nel 1842 a tutto vantaggio dell'Inghilterra, che ottenne dalla risoluzione della guerra l'apertura di una serie di nuovi scali commerciali in territorio cinese e il possesso della città di Hong Kong.

 

Un caso a parte: il Canada 

Un caso a parte fu quello costituito dallo stato del Canada, al quale il governo inglese, timoroso di eventuali sviluppi indipendentistici analoghi a quelli delle colonie nordamericane, concesse nel 1847 una larga autonomia.
Una volta che venne riconosciuta la sovranità dello stato dell'Inghilterra, il Dominion beneficiò di una pressoché totale indipendenza governativa per quanto riguarda i propri problemi interni.

 

Ideologie risorgimentali in Italia 

In Italia il fallimento dei moti indipendentistici e costituzionali degli anni Venti e Trenta stimolò la nascita di un vivace dibattito intorno ai metodi e alle finalità della lotta risorgimentale.
Due tendenze fondamentali si delinearono: quella dei democratici (o radicali) e quella dei moderati. I primi trovarono punto di riferimento nell'instancabile opera propagandistica e organizzativa di Mazzini.

 

I repubblicani: Giuseppe Mazzini 

Ex carbonaro Mazzini (1805-1872) individuò nello scarso seguito popolare dei moti promossi dalle società segrete il motivo dei loro risultati fallimentari.
Le associazioni da lui fondate (Giovine Italia, 1831; Giovine Europa, 1834) si proponevano anzitutto di istruire il popolo circa gli ideali democratici e unitari da perseguire. Un'Italia unita, indipendente, repubblicana e democratica era l'obiettivo della lotta dei patrioti; il metodo dell'insurrezione popolare, adeguatamente preparata attraverso un'intensa opera di propaganda ideologica, lo strumento più idoneo per il suo raggiungimento.
Negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta le organizzazioni mazziniane promossero una lunga serie di tentativi insurrezionali, il risultato della quale fu però sempre negativo.
Le ragioni di ciò sono probabilmente da cercare, oltreché nella spietata repressione operata dai poteri costituiti, nella debole o assente coscienza nazionale di gran parte delle popolazioni italiane, soprattutto meridionali, nella sostanziale incapacità del discorso mazziniano di raggiungere effettivamente le masse, in particolare quelle contadine, nella mancata elaborazione di un'adeguata risposta alla gravissima "questione sociale".
Proprio gli esiti fallimentari delle iniziative dei mazziniani diedero impulso negli anni Quaranta allo sviluppo di una corrente moderata, che vedeva una possibile soluzione al problema unitario nella formazione di una lega federale degli stati italiani spontaneamente realizzata dalle dinastie regnanti.

 

I moderati: Gioberti, D'Azeglio, Balbo 

Tra i moderati spicca aVincenzo Gioberti (1801-1852), autore del celebre trattato Sul primato morale e civile degli italiani (1843), in cui viene prospettata l'idea di una federazione italiana sotto la preminenza di un papato convertito al liberalismo.
La linea suggerita da Gioberti, detta neoguelfismo, aveva il suo punto di forza nel fatto che la maggioranza degli italiani rimaneva legata alla Chiesa cattolica.
Vicina al moderatismo giobertiano era anche la proposta di Massimo d'Azeglio (1798-1866) e Cesare Balbo (1789-1853), i quali però individuavano più realisticamente la forza unificatrice dell'Italia in una monarchia piemontese cautamente ammodernata.

 

 

Il 1848

Un anno di svolta 
Il 1848 fu un anno cruciale nella storia europea del XIX secolo: tanto da imporsi, alla coscienza dei contemporanei, come "l'anno dei portenti".
Non per nulla qualcuno ha sostenuto che, proprio a partire da quella data, ha realmente inizio il secolo XIX.
La molteplicità di eventi rivoluzionari che ne segnarono il corso non sono riconducibili a un unico genere di cause. L'Ottocento è stato definito il secolo delle nazionalità. Da questo punto di vista il 1848 fu l'anno della primavera dei popoli, il momento di svolta nel quale diverse nazioni europee raggiunsero finalmente una piena consapevolezza della propria identità, portando così a compimento una lenta evoluzione cominciata fin dall'inizio del secolo.
Come potrebbero insegnare i casi di Parigi e di Vienna, però, il 1848 non coincise ovunque con l'emergere delle sole rivendicazioni nazionali. Alla base dei moti di quell'anno vi furono infatti sicuramente anche antagonismi di classe già direttamente riconducibili ai progressi compiuti in Europa dalla rivoluzione industriale e, quindi, al più chiaro manifestarsi delle sue contraddizioni. È comunque senz'altro lecito affermare che nel corso del 1848 gli schemi e gli equilibri stantii, di stampo ancora settecentesco, dell'ordine europeo creato a Vienna nel 1814-1815 vennero definitivamente posti in discussione.

 

L'Italia verso il 1848 

Gli anni Trenta e Quaranta del resto avevano fornito numerose indicazioni in tal senso. Essi erano stati particolarmente ricchi di episodi e di fenomeni marcati dalla crescita di un nuovo sentimento patriottico, che si era dispiegata con evidenza dall'indipendentismo della Giovane Irlanda allo scandinavismo degli scrittori romantici danesi e svedesi, dalle campagne politico-culturali magiare di Lajos Kossuth e di Sándor Petöfi all'irredentismo dei popoli slavi soggetti all'Austria.
In Italia, il periodo che precede le rivoluzioni del 1848 è dominato dai vivaci dibattiti sul Risorgimento, nei quali ai seguaci di Mazzini e della soluzione repubblicana si contrappone un vasto fronte di moderati.
Il caso italiano è in qualche modo emblematico del clima che avrebbe finito per caratterizzare il 1848.
Qui il progresso di una cultura nazionale, testimoniato dall'attività di scrittori come Alessandro Manzoni e di organizzatori culturali come Giovan Pietro Vieusseux, oltre che dai periodici congressi degli scienziati italiani (nove incontri tra il 1839 e il 1847), si era congiunto con un notevole risveglio economico, particolarmente sensibile nel centro-nord della penisola.

Le contraddizioni italiane in campo economico 

In Piemonte, in Toscana e nel Lombardo-Veneto, il sistema industriale moderno si era annunciato timidamente con le prime manifatture tessili di Biella e di Schio, mentre la stessa agricoltura raggiungeva apprezzabili livelli di sviluppo grazie all'introduzione di forme di gestione capitalistica della proprietà terriera.
Tutto ciò non mancava anzi di far già sentire il suo peso sulla classe contadina, ridotta in una condizione di estremo disagio dall'avanzata del capitalismo nelle campagne. Nel contempo però la frammentazione del paese in molte contrastanti unità economiche, le numerose barriere doganali, il conservatorismo sociale della potenza dominante, cioè l'Austria, l'arretratezza delle legislazioni commerciali di molti degli stati italiani costituivano gravissimi ostacoli al progresso economico dell'Italia.
Lo stesso insieme di fattori minacciava altresì la stessa crescita sociale dei ceti borghesi terrieri e mercantili, che con tanta fatica si erano avvicinati al potere durante l'età napoleonica. Le spinte all'unificazione nazionale erano quindi differenziate, ma nel complesso forti e numerose. Non deve quindi stupire se la volontà di raggiungere certi obiettivi economici fece per qualche tempo passare in sott'ordine il problema dell'indipendenza politica e della forma di governo da dare all'Italia, favorendo negli anni Quaranta l'affermazione delle tendenze risorgimentali più moderate, come quelle espresse da Cesare Balbo o da Vincenzo Gioberti.

Il prevalere delle correnti di pensiero moderate 

Quando nel 1846 fu eletto al soglio pontificio papa Pio IX (1846-1878), al quale venivano attribuite propensioni liberaleggianti, le speranze della corrente neoguelfa parvero per un momento sul punto di realizzarsi.
Le sorti politiche dell'Italia cominciarono a inclinare nettamente verso la soluzione moderata tanto auspicata dai ceti dirigenti nazionali, le cui tendenze liberiste e liberali erano inseparabili dal rigido conservatorismo in campo sociale.
Già nel 1847 furono avviati i preliminari per la costituzione di una lega doganale degli stati italiani.
Il rifiuto del re delle due Sicilie, Ferdinando II, di aderire al progetto diede il via, nell'autunno 1847, a una lunga serie di agitazioni che alla fine costrinsero la gran parte dei sovrani italiani a concedere statuti modellati a grandi linee sulla costituzione francese del 1830.
Ad aprire la cosiddetta "fase delle costituzioni" fu proprio Ferdinando II (29 gennaio 1848), seguito dal granduca di Toscana Leopoldo II (17 febbraio), da Carlo Alberto in Piemonte (4 marzo) e da Pio IX nello stato pontificio (14 marzo).

 

L'ondata rivoluzionaria 

Questi importanti sviluppi della situazione italiana erano stati senz'altro favoriti anche dagli avvenimenti cruciali che stavano intanto accadendo in Francia. Nella capitale francese un'insurrezione popolare fomentata dalle opposizioni costituzionali aveva provocato nel febbraio la caduta di Luigi Filippo.
Immediatamente si era formato un governo provvisorio repubblicano, nel quale figurava un buon numero di esponenti della borghesia progressista e democratica e persino qualche elemento socialista (come Louis Blanc).
Con una velocità sorprendente l'ondata rivoluzionaria si propagò a macchia d'olio in tutta Europa.
Il 3 marzo insorgeva Budapest, dove i liberali magiari guidati da Kossuth decretavano l'abolizione dei privilegi feudali e si affrettavano ad avanzare richieste di autonomia all'Austria. Dieci giorni dopo, la stessa Vienna si ribellava alle autorità reclamando l'allontanamento di Metternich e il varo di una costituzione.
Il 18 marzo era Berlino a insorgere. Dalla capitale prussiana il moto dilagava poi in tutta la Germania, intenzionata ormai a realizzare la propria unificazione. A questo scopo nel maggio successivo veniva convocata a Francoforte un'assemblea costituente tedesca eletta a suffragio universale.

 

La costituzione di Francoforte

 
Nel marzo 1848 alocuni liberali si riunirono nella città di Heidelberg per convocare un'assemblea che costituisse la Dieta di Francoforte. L'assemblea si tenne in maggio ( dopo che ì moti popolari a Berlino avevano fatto promettere a Federico Guglielmo IV di concedere una costituzione) con la partecipazione di giuristi e intellettuali. Il dibattito si concentrò su problemi nazionalistici (se comprendere o escludere l'Austria dall'impero unitario da formare) e l'assemblea non si curò di dare aiuto alle popolazioni che insorgevano. La costituzione, approvata nel 1849 e fondata sull'unità e sulla sovranità popolare, non venne presa in considerazione dall'imperatore.
Federico Guglielmo IV chiuse d'autorità la costituente che si era trasferita a Stoccarda, e decise di formare una confederazione degli stati tedeschi del nord, Sassonia e Hannover, sotto la guida prussiana. Per contrastare tale unione gli stati del sud, Baviera e Württemberg, si allearono con Austria e Russia.
L'Austria che aveva represso con la dittatura militare l'insurrezione di Vienna ed era in guerra contro le rivendicazioni autonomiste degli italiani, grazie all'apporto russo si impose sulla Prussia.
Con il trattato di Olmütz del 1850, Federico Guglielmo IV fu costretto a sciogliere l'unione, a ricostruire la Dieta di Francoforte e a rinunciare a qualsiasi supremazia in Germania.
L'Austria tornò a esercitare un ruolo egemone, quell'Austria reazionaria del dittatore e primo ministro Schwarzenberg e di Francesco Giuseppe, che nel 1849 concessero una costituzione moderata ma non la attuarono, e dopo due anni la abrogarono completamente.

 

La prima guerra d'indipendenza in Italia 

In diretto collegamento con i fatti europei anche i sudditi italiani dell'impero asburgico davano vita a un moto insurrezionale (17 marzo: ribellione di Venezia; 18-22 marzo: rivolta delle cinque giornate di Milano) sfociato alla fine nella costituzione di governi provvisori liberali a Venezia e a Milano.
Il timore di uno sviluppo incontrollato del processo rivoluzionario scoppiato nel Lombardo-Veneto e presto dilagato in tutta Italia indusse il re piemontese Carlo Alberto a superare le iniziali perplessità mettendosi alla testa del movimento nazionale italiano.
Il 23 marzo il sovrano proclamò la guerra di liberazione contro gli austriaci (prima guerra d'indipendenza) e intervenne in aiuto degli insorti, confidando anche sulla collaborazione offertagli dai sovrani di Firenze, Roma e Napoli (fase detta della guerra federale).
Ben presto però il conflitto volse al peggio per il re sabaudo, soprattutto dopo che Pio IX si fu dissociato dall'impresa dichiarando che a un papa non era lecito muovere guerra a uno stato cattolico come l'Austria (allocuzione del 29 aprile 1848). Con la defezione del pontefice, subito imitato dai sovrani di Toscana e di Napoli, il mito neoguelfo crollava definitivamente e la guerra federale si trasformava in guerra regia, quasi esclusivamente piemontese e sabauda.
Il re di Sardegna del resto non faceva mistero della propria scarsa fiducia e ancor minore simpatia per i metodi e gli obiettivi delle forze rivoluzionarie che avevano spontaneamente dato il via all'insurrezione nazionale.
Dal canto loro i patrioti democratici e mazziniani guardavano con sospetto a Carlo Alberto, specialmente dopo la frettolosa annessione al Piemonte delle città che si erano liberate con le proprie mani dagli austriaci. La pesante sconfitta subita dall'esercito piemontese a Custoza (25 luglio) vanificò tuttavia anche questo risultato. Il 9 agosto 1848 Carlo Alberto era infatti costretto a stipulare con il nemico una tregua (armistizio Salasco) che ristabiliva la situazione precedente l'apertura del conflitto.

 

Il ritorno all'ordine 

Le cose intanto si mettevano male per le forze liberali in tutta Europa. Tra l'estate e l'autunno del 1848 le insurrezioni di Praga, di Vienna e della Croazia furono represse nel sangue; nell'agosto del 1849 veniva domata da un esercito austro-russo anche la rivolta ungherese. Esito del tutto analogo avevano avuto del resto anche i fermenti rivoluzionari in Germania, dove il re Federico Guglielmo IV di Prussia scioglieva con la forza l'Assemblea costituente (maggio 1849) e rimandava a data da destinarsi il varo delle riforme promesse.

 

La guerra di popolo in Italia e la restaurazione 

In Italia la sconfitta delle forze moderate che si riconoscevano nella monarchia sabauda ridiede slancio all'iniziativa dei patrioti democratici e repubblicani (fase della guerra di popolo). Effimere ma significative esperienze di governo repubblicano presero così vita a Firenze, Venezia e Roma. In quest'ultima città, dopo la cacciata del papa (novembre 1848), era accorso Giuseppe Mazzini che, insieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini, vi aveva instaurato la Repubblica romana (febbraio 1848).
Il rischio che l'iniziativa nazionale passasse definitivamente nelle mani delle forze democratiche spinse Carlo Alberto a rompere la tregua e a riprendere il conflitto con l'Austria. Anche questo secondo tentativo si risolse però in un insuccesso: il 23 marzo le truppe piemontesi subivano infatti una sconfitta decisiva a Novara. Carlo Alberto allora abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che fu costretto a sottoscrivere un trattato di pace abbastanza oneroso con gli austriaci (6 agosto 1849).
AVittorio Emanuele II fu imposto di sciogliere i reparti volontari combattenti, di pagare un'indennità di guerra di 50 milioni di lire e di ritirare la flotta dall'Adriatico. Radetsky concesse l'amnistia ai sudditi che avevano combattuto a fianco dei piemontesi.

 

La sorte delle repubbliche di Roma e Venezia 

Uscito di scena il regno sabaudo, le speranze dei patrioti italiani si appuntarono sulle sopravvissute repubbliche di Roma e di Venezia. Anch'esse, però, ormai isolate, capitolarono nell'estate del 1849. La prima, nonostante l'accanita resistenza dei difensori (tra i quali si mise in luce Giuseppe Garibaldi, 1807-1882), cedeva il 4 luglio di fronte alla preponderanza delle forze militari inviate dal nuovo presidente della repubblica francese Luigi Napoleone Bonaparte, che sperava così di guadagnarsi le simpatie dei cattolici nel suo paese.
Caduta Roma, molti dei volontari che vi avevano combattuto andarono in soccorso di Venezia. La città lagunare era insorta contro gli Asburgo nel marzo, alla notizia del sollevamento di Vienna, e aveva costretto le milizie austriache ad andarsene. Il governo provvisorio guidato da Manin proclamò la repubblica e l'annessione agli stati sardi. Ma una volta vinto l'esercito di Carlo Alberto a Novara, l'Austria concentrò le truppe contro Venezia stringendola d'assedio. La popolazione resistette fino ad agosto, poi si arrese.

 

 

L'unità italiana e tedesca

 

La svolta conservatrice in Francia 

L'intervento delle truppe francesi a Roma per abbattere la repubblica instaurata nel febbraio del 1848 da Mazzini, Saffi e Armellini si spiega con gli sviluppi della situazione politica a Parigi. Qui il 23 aprile 1848 si erano tenute le elezioni per l'Assemblea costituente, che avevano visto una netta affermazione delle forze moderate e filoclericali.
Si era così formato un nuovo governo dal quale erano stati esclusi gli esponenti socialisti. Gli ateliers nationaux ("opifici nazionali" o fabbriche di stato), che avrebbero dovuto, nei piani del loro ideatore Louis Blanc, assorbire la manodopera disoccupata e garantire il diritto al lavoro, furono soppressi, e tutte le principali iniziative a carattere sociale volute dalla sinistra repubblicana furono abbandonate. Il malcontento degli operai sfociò allora in una nuova insurrezione nella capitale (23 giugno 1848): questa volta però l'esercito, al comando del generale Cavaignac, represse le dimostrazioni nel sangue.
Un simile avvenimento dà un'idea della piega che avrebbero preso a questo punto le vicende politiche della Francia. Ben presto, infatti, nel paese ebbero il sopravvento le forze conservatrici e cattoliche ("partito dell'ordine"), che si diedero subito da fare per emarginare le forze rivoluzionarie responsabili delle insurrezioni di febbraio.
Al partito dell'ordine finì per appoggiarsi anche il leader del mai morto fronte bonapartista, Luigi Napoleone Bonaparte (nipote del grande imperatore), che nel corso del dicembre 1848 veniva eletto presidente della Repubblica.
Fu proprio Luigi Napoleone ad autorizzare l'invio a Roma delle truppe francesi che riportarono sul trono il papa. Per quanto dettato da calcoli politici contingenti e da un atteggiamento sostanzialmente opportunistico, il gesto guadagnò al governo il favore dell'esercito e degli ambienti cattolici conservatori, favorendo la rapida e brillante ascesa del neoeletto presidente francese.

 

Il Secondo impero francese 

Luigi Napoleone infatti di lì a poco, ricalcando i passi dello zio, dapprima spodestava l'Assemblea costituente (colpo di stato del 2 dicembre 1851), quindi resuscitava l'impero grazie a un plebiscito addomesticato che lo riconosceva sovrano con il nome di Napoleone III (Secondo impero, dicembre 1852).
Messe a tacere le opposizioni repubblicane e bloccato il fronte monarchico, il regime dittatoriale del nuovo imperatore godette di fatto del consenso della maggioranza della popolazione: i nostalgici e i militari vedevano in lui la reincarnazione di un capo glorioso e amato; i moderati lo ritenevano il più sicuro baluardo contro i socialisti; gli ambienti cattolici lo additavano come il difensore degli interessi pontifici.
I ceti popolari contadini, sensibili al mito napoleonico e di tradizione cattolica e antisocialista, lo appoggiarono incondizionatamente fin dal principio; come pure la borghesia capitalista, favorita dalla sua politica economica. Forte di questo vasto consenso, Napoleone III poté sviluppare per oltre un decennio una politica spregiudicata all'esterno e assai positiva all'interno.
La Francia attraversò così, tra il 1850 e il 1860, un periodo di grande crescita economica, imboccando risolutamente la via di una rapida industrializzazione.

 

La guerra di Crimea 

Sul piano internazionale il nuovo impero francese ottenne un prestigioso riconoscimento in occasione della guerra di Crimea (1853-1856), che vide Francia e Inghilterra coalizzate a fianco della Turchia contro la Russia.
Il conflitto fu originato dalle mire espansionistiche di quest'ultima che, nel 1853, occupò i due principati danubiani sotto sovranità turca della Moldavia e della Valacchia. Inghilterra e Francia si impegnarono a salvaguardare l'integrità dell'impero ottomano, ma in realtà Napoleone III, grazie all'alleanza con l'Inghilterra, mirava ad allargare la zona d'influenza francese verso il Medio Oriente.
I russi, dunque, si trovarono isolati, non potendo contare neppure sull'aiuto dell'Austria, dichiaratasi neutrale; la Turchia invece poté disporre, oltre che delle truppe anglo-francesi, anche di un contingente di 15 000 uomini inviato dal Piemonte.
La guerra si concluse nel 1856 con la resa della fortezza di Sebastopoli (Crimea), che da più di un anno era saldamente in mano ai russi.
Le conseguenze più immediate derivanti dalla successiva pace di Parigi furono l'arresto dell'espansionismo russo verso i Balcani e il consolidarsi dell'egemonia navale ed economica anglo-francese nel Mediterraneo orientale.

 

Camillo Benso, conte di Cavour 

Ai negoziati di pace fu ammesso anche il Piemonte, rappresentato dal suo primo ministro, Camillo Benso, conte di Cavour (1810-1861). Con grande acume diplomatico, questi aveva intuito che la partecipazione piemontese alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Inghilterra avrebbe creato le condizioni per proiettare la questione italiana in una dimensione europea. Nel corso delle riunioni di Parigi, difatti, Cavour riuscì a presentare l'Austria come la vera responsabile dell'instabilità politica della penisola italiana, dove moti rivoluzionari incontrollabili sarebbero potuti scoppiare in qualsiasi momento.
Pur senza ottenere nell'immediato risultati concreti, la lungimirante politica del grande statista piemontese fruttò un importantissimo avvicinamento del Regno di Sardegna alla Francia e all'Inghilterra, quest'ultima già da lungo tempo impegnata per una soluzione moderata del problema italiano.
Uomo politico di statura europea, liberale di stampo classico, Cavour si era già distinto in patria per la sua notevole opera riformatrice, che fece del Piemonte un paese complessivamente più moderno sul piano economico e istituzionale. Il suo programma mirava a fare del regno di Sardegna la guida del movimento nazionale italiano.
Come già Balbo e d'Azeglio, egli individuava nella monarchia sabauda la sola forza in grado di realizzare l'unificazione dell'Italia scongiurando i pericoli di una rivoluzione popolare.

 

Il fallimento del mazzinianesimo 

Negli anni Cinquanta, anche l'ala democratica e repubblicana del movimento nazionale aveva intensificato la propria attività. Tra il 1851 e il 1855 il Partito d'azione di Mazzini diede vita a una serie di insurrezioni in tutta la penisola, che non andarono a buon fine.
Particolare risonanza ebbe lo sfortunato tentativo di sollevare la popolazione contadina meridionale messo in atto nel 1857 da Carlo Pisacane. Sbarcato a Sapri, era stato catturato e ucciso dalla polizia borbonica.
I ripetuti fallimenti delle iniziative mazziniane agevolarono i piani di Cavour, che riuscì a coagulare intorno alla Società nazionale italiana, costituita nel 1857 a Torino, un numero crescente di patrioti di diverse tendenze ideologiche (tra cui Giuseppe Garibaldi, Daniele Manin, Giuseppe Montanelli).

 

La seconda guerra d'indipendenza 

Oltre a convogliare le forze democratiche e repubblicane verso la soluzione moderata, Cavour guadagnò Napoleone III alla causa italiana.
In un convegno tenutosi in segreto a Plombières (luglio 1858), l'imperatore francese s'impegnava a intervenire a fianco del Piemonte nel caso di attacco da parte dell'Austria.
Forte dell'appoggio della Francia, Cavour si diede a provocare abilmente il governo austriaco, che il 26 aprile 1859 fece invadere il territorio sabaudo. Aveva così inizio la seconda guerra d'indipendenza, conclusa vittoriosamente dall'esercito franco-piemontese dopo le sanguinose battaglie di Magenta, San Martino e Solferino (giugno 1859).