Carpi Distretto Moda Spring/Summer 2017 by Voce di Carpi – Settimanale di attualità, cultura e sport - issuuissuu Giacca Giada Giada in Giappone


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La Cina 中国 non è il Giappone 日本: hanzi e kanji

Questo titolo potrebbe sembrare un’ovvietà, eppure dal punto di vista linguistico ci sono alcune confusioni. La domanda che tutti si pongono è: ma cinesi e giapponesi usano la stessa lingua? Sappiate che una risposta sbagliata potrebbe gettarvi al centro di una feroce contesa geopolitica, culturale e chi più ne ha più ne metta. In ogni caso andiamo a conoscere un po’ meglio il rapporto tra questi due sistemi di scrittura, evitando di prendere in considerazione gli hanja coreani (한자) che qui non ci interessano e ci porterebbo alla periferia delle nostre, misere, conoscenze.

hanzi kanji

Innanzitutto va detto che anche in presenza di caratteri uguali, cinesi e giapponesi li pronunciano in maniera diversa. Mentre la maggior parte degli hanzi cinesi ha una pronuncia univoca, i kanji giapponesi possono essere letti in maniera diversa. In Giappone, l’uso degli hanzi per la scrittura della lingua, ci sono due diversi sistemi di sillabazione: hiragana e katakana.

Tuttavia anche in Cina esistono numerosi dialetti che utilizzano gli hanzi pronunciandoli in maniera diversa. Questo è dovuto al fatto che il cinese comunemente detto mandarino, termine non amato e non amabile, è una riforma della lingua recente che ha tentato di unificare la Cina anche linguisticamente, attraverso la “semplificazione” degli hanzi. Se consideriamo che anche i kanji, dopo la seconda guerra mondiale, sono stati “semplificati”, possiamo capire come i due sistemi di scrittura si siano allontanati sempre più. Infatti prima della semplificazione i kanji giapponesi erano di fatto gli hanzi nella versione tradizionale, non semplificata.

Le due lingue in passato erano quindi molto più simili di quanto non siano oggi, anche nella loro pronuncia, in più non bisogna dimenticare che l’introduzione degli hanzi in Giappone fu un processo lungo nel corso del quale la pronuncia dei caratteri cambiò e nuovi significati vennero attribuiti. Tutto questo ci porta a pensare che i due sistemi di scrittura siano davvero molto simili, al punto da poter ritenere che siano lo stesso nonostante la differenza di pronuncia e la differenza stilistica nello scrivere, ad esempio nella calligrafia. Tuttavia nella loro versione digitale entrambe le lingue sono rese allo stesso modo (Unicode 誠 character).

JAPAN-CHINA-DIPLOMACY

La Cina 中国 (Zhōng​guó)

Letteralmente Cina significa paese di mezzo, visto che il carattere è formato da (Zhōng​) che significa centro e (Guó) che significa paese. Andiamo a vedere più in dettaglio.

(Zhōng) è formato da (kǒu) ossia bocca ma anche entrata, ingresso e (gǔn) ossia linea. Quale migliore imagine per un centro che una linea passante per un’apertura? (Guó) invece è composto da  (wéi), da non confondere con  (kǒu), che significa eretto, verticale, vale a dire uno spazio con dei confini, spesso inteso in senso difensivo, e (yù) la giada, da cui per estensione le pietre preziose. A sua volta  (yù) è formato da  (wáng) il sovrano (secondo alcuni studiosi la rappresentazione della sommità di un ascia, simbolo del potere) insieme a(zhǔ), che significa punto ed è un radicale. In realtà(zhǔ) sarebbe una forma semplificata di  (diǎn) che tra le altre cose significa varie cose tra cui scegliere. La giada potrebbe così essere uno degli oggetti attribuibili al sovrano.

La Cina sarebbe quindi il paese di mezzo, oppure al centro, il che rappresenta bene l’antica concezione geografica e culturale cinese, caratterizzato dalla sua importanza e ricchezza, simboleggiata dalla giada. In sostanza la Cina come vero e proprio centro del mondo.

Il Giappone 日本 (Rì​běn)

Il Giappone si trova ad est della Cina ed infatti la parola che lo definisce è formata da (rì) sole oppure giorno, in una forma molto simile a quella antica, e (běn) che vuol dire radice oppure origine. A sua volta (běn) è composto da  (mù) l’albero e (yī) che oltre a significare uno oppure la parola solo, rappresenta anche la linea dell’orizzonte, quindi il terreno, dove l’albero affonda proprio le sue radici.In sostanza il Giappone è il luogo dove il sole nasce, infatti il sole sorge ad est della Cina, il che significa che tutto torna.

Abbiamo così visto le differenze tra la Cina ed il Giappone e dato qualche informazione sui loro sistemi di scrittura.

Carattere cina, giappone, hanzi, kanji
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Roberta Reds

lunedì 30 gennaio 2012

UNISCITI A QUESTO SITO

Amico/a, segui l'esempio di Alessandro Czolgosz (sì, potrebbe anche essere il suo vero cognome oppure no) e Simona e unisciti a questo sito (sempre che tu ci riesca, io ci ho impiegato mezz'ora e ne sono la creatrice, figuramoci...). Insieme ci divertiremo un sacco tra gag esilaranti, battute sagaci e il folle microcosmo con il quale la sottoscritta ha a che fare ogni giorno.
Allora cosa aspetti, vecchio volpone/fagiana selvaggia, unisciti a noi!
Ps. Ho scritto questo post sotto l'effetto di una sniffata di Eucalipto della Just (che almeno macchia meno del tabacco da fiuto). Pubblicato da Roberta Reds a 08:58 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

domenica 29 gennaio 2012

DOMENICA LUNATICA

Sono stati molti i momenti difficili di questa domenica ormai conclusa:
- appena sveglia = emicrania post traumatica da sbornia (subita) di carattere economico-finanziario mirante al (ri)lancio della mia attività (di cui resto comunque direttore (ir)responsabile) ad opera di un amico al quale non va giù la linea di risparmio energetico imposta in ufficio ai miei collaboratori (?), ovvero un freddo cane 
- ora di pranzo = tachicardia tipica di una donna affetta da emicrania post traumatica davanti a una distesa di pentole scoppiettanti nel preciso istante in cui la farina a contatto col burro e il latte ha dato vita a una palla che via via da grumosa è diventata cemento armato invece che una delicata crema anche nota come besciamella
- pomeriggio = giramento di maroni ai tre gol sbagliati in fila indiana dall'Inter con conseguente rassegnazione e abbandono della postazione (lo ammetto) dopo la frase sibillina di mio padre: "Quando si mette così, va a finire male". E notoriamente mio padre, quando si mette male, ci prende. Lecce 1- Inter 0
Ma il momento in assoluto più drammatico di questa domenica è stato verso sera quando, di fronte al bancomat, mi sono dimenticata il PIN. Mai, ripeto mai, per la propria inclumità e tranquillità emotiva, una ragazza dovrebbe dimenticare il PIN. Primo perché il PIN è la combinazione segreta della felicità, secondo perché come combinazione è talmente segreta che quando te la danno la nascondi in un posto tanto impensabile da non potertelo mai più ricordare. E sei fottuta. Con la scheda già inserita, ho tentato poco convinta due combinazioni a casaccio mentre sequenze di numeri mi affollavano la mente. Fortuna ha voluto che la dimenticanza fosse solo temporanea. Quindi da domani si ritorna in pista... nell'ufficio ghiacciato, a nove punti dalla vetta, consapevole dei miei limiti in cucina ma con il PIN tatuato sul polpaccio destro. Pubblicato da Roberta Reds a 15:34 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

venerdì 27 gennaio 2012

LUI E LEI A CONFRONTO - ESEMPIO NUMERO UNO


Uomini e donne hanno un modo completamente diverso di esprimersi, i primi preferibilmente a monosillabi, le seconde a panegirici encomiastici di natura oratoria. A monte c’è una diversa interpretazione del mondo. Prendete un uomo e una donna che abbiano vissuto, seppur da prospettive diverse, la stessa esperienza, o che perlomeno siano stati nella stessa stanza in un momento fondamentale della loro vita di coppia. Ad esempio durante la nascita del loro primo figlio. Fategli la stessa identica domanda e otterrete due risposte talmente diverse da chiedervi: Avranno assistito allo stesso parto?
“Allora, com’è andata?”
Lui: “Una passeggiata di salute. Tutto benissimo. Mia moglie bene, il bambino bene. Bravissime le ostetriche, anche il ginecologo. Adesso cominciano i guai, ma comunque bene, tutto bene”.
Lei: “Porca di quella merda, per tirare fuori quel coso mi ci sono volute dodici ore di travaglio. Avessi saputo che mi si sarebbero contorte le budella come una mucca con la diarrea col cazzo che mi sarei fatta mettere incinta. Poi quelle vacche  di ostetriche mi dicevano non spingere, non spingere, non è ancora il momento. Non è ancora il momento un cazzo, io mi sentivo scendere l’intestino e tutto il sistema nervoso, hai presente quando stai per cagarti addosso e non hai un cesso a portata di mano? Poi sul più bello quel coso si è incastrato e quella testa di minchia del ginecologo mi è saltato in groppa, in groppa ti dico, a cavalcioni, e ha cominciato a ballare la macarena sulla mia pancia. Adesso cominciano i guai, te lo dico io, perché quel coso appena si è avvicinato mi ha fatto venire due ragadi così. Mi hanno dato una specie di preservativo bucato per i capezzoli, così lui ciuccia e io smadonno in quindici lingue ma in silenzio se no mi cresce col complesso di non essere amato. Eh no che non è amato! Lo amerei se non mi ciucciasse le tette con l’avidità di un ermellino cieco, se dormisse almeno un quarto d’ora di fila, se non cagasse all’impazzata. Comunque bene, tutto bene, a parte che ho un folle desiderio di ammazzare quell’idiota che mi ha messo incinta e che ora sbuffa perché non può giocare alla Wii in santa pace. Hai una vaga idea di dove gliela infilerei la Wii? Ma vaff… Pubblicato da Roberta Reds a 09:28 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

MOTO DELLA TERRA

Ok ok, la terra trema, qualcosa sotto di noi si muove. La scossa di mercoledì non l'avevo sentita - con un filo di dispiacere, lo ammetto, perché piace sempre far parte dei "sopravvissuti", soprattutto quando non ci sono pericoli reali. Questa volta invece forte e chiaro. Tentavo disperatamente di far dormire Nicole. Dopo la lettura di una storia, un massaggio cervicale, sette litanie di lode e la trama dell'ultimo libro di Coelho la piccola era quasi partita... quando ho sentito un molleggiamento del materasso. Convinta che fosse lei in un improvviso recupero di vitalità, avevo cominciato a sbuffare: è stato il boato a farmi cambiare idea. In salotto il lampadario pendente della Murrina, sismografo casalingo, oscillava parecchio. Ma la cosa più impressionante è stata la telefonata di mia mamma, da Monza: prima che le linee si intasassero, forse prima ancora che l'onda sismica partisse, lei era già pronta al cellulare. Queste le sue parole non appena ho risposto: "Prendi giacca e cappello e scappa. Prendi anche Nicole".  Quindi è stata la volta di Cristian che ha visto tremare un capannone intero - il solito esagerato -, di mia suocera che ci ha buttato dentro un "si è sentito perfino a Boccassuolo" - e solo allora mi sono resa conto dei potenti mezzi di questo terremoto -, infine di mio papà che ha rilasciato una dichiarazione più sicula che brianzola: "Non ho visto niente, non ho sentito niente". Nel frattempo Nicole annunciava al suo papà che "allo zio sono cadute le sopracciglia". Per il resto tutto bene, almeno fino alla prossima scossa.

Ps. Per correttezza d'informazione, allo zio sono caduti i soprammobili.

Pubblicato da Roberta Reds a 08:23 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

ESASPERATA

Sono ufficialmente esasperata da Facebook. Il mio amico che ne sa un bel po' mi ha detto che al giorno d'oggi non se ne può fare a meno, che puoi farti un sacco di amici, sapere cosa succede in giro, sviluppare le potenzialità del tuo lavoro. Credo che abbia ragione, è evidente che se non ci sei lì non ci sei da nessuna parte. Piccolo particolare: sulla bacheca sulla quale lancio di tanto in tanto le cose che mi riguardano, uscita di libri, presentazioni, date dei corsi, scorre un fiume inarrestabile di disumane minchiate che oscura qualsiasi tentativo di comunicazione, informazione o (per chi non avesse altro da fare) semplice e innocuo cazzeggio. Animali chiusi in gabbia con frasi orripilanti all'indirizzo di chi ha una grave colpa, ovvero includere nella sua dieta non solo radici e bacche di ginepro. E questo è niente, perché in genere le povere bestie appaiono sventrate, massacrate, sgozzate, persino nel bagno di casa propria.  All'utente si chiede di condividere l'immagine. Perché? Perché si sappia cosa succede nel mondo? Perché finalmente si dica che il mondo è un posto brutto e pericoloso? Perché la gente smetta di mangiare carne? Le immagini, le informazioni decontestualizzate dal luogo, dal tempo e dalla situazione in cui sono nate non hanno senso perché perdono il loro valore comunicativo reale, finendo per essere input di impulso (sgomento, orrore, che schifo!), ma non informazioni a lungo termine, capaci di esercitare una funzione sulle coscienze dei lettori. Lettori che, tra l'altro, non è giusto siano bombardati da un miscuglio di frasi e visioni agghiaccianti senza un filtro. Prima faccio conoscenza col neonato di mia cugina, subito dopo mi trovo di fronte le interiora di un tacchino. E poi fotografie e commenti di una superficialità imbarazzante. Non che io abbia particolarmente a cuore i parlamentari italiani, ma le foto che li ritraggono mentre dormono sui banchi del parlamento sono l'esempio di una visione faziosa, volta a sostenere una tesi italianistica - dovremmo vergognarci di questa gente! come fa il mondo a non riderci in faccia! - quando si sa che lo scatto di un millesimo di secondo non rappresenta la verità assoluta. Anche la mia prof di inglese chiudeva gli occhi durante le interrogazioni, ma se dicevi qualche minchiata ti sfanculava con un quattro sul registro, altro che prof dormiente. Troppo faticoso usare il proprio cervello per rielaborare ciò che ci accade intorno e magari vediamo solo noi, testimoni soggettivi di una realtà che ha bisogno di voci, colori, dimensioni concrete. Più comodo rilanciare il banale, il superficiale, quello che sembra la verità per forza di cose, ma ops... proprio così non è. Perché se allarghi il tuo spazio visivo e mentale, può anche essere che la realtà sia diversa, molto diversa da quella che ti stanno raccontando. Facebook mi esaspera perché è la sintesi di un mondo che macina informazioni di centesima mano senza mai risalirne all'origine vera. Così mi ritrovo in bacheca un uomo appeso per il pene con la scritta: ecco cosa farei ai politici italiani. Be' ecco che il mondo è un posto brutto e pericoloso, persino su Facebook. Pubblicato da Roberta Reds a 06:00 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

domenica 22 gennaio 2012

MEMENTO

Per mia figlia, per vederla sorridere, farei qualunque cosa. Per esempio costruire un teatrino di cartone e montarlo nel mio ufficio, disegnare e colorare marionette di carta, inventarmi una storia natalizia (e vagamente femminista).

Il tutto con l'aiuto della mia piccolina, che spero possa sempre conservare la curiosità che le sta facendo scoprire il mondo e la capacità di osservare tutto quello che le sta intorno con la leggerezza di una bambina desiderosa di capire il perché delle cose. La vita, Nicole , ti mostrerà tante strade tra cui scegliere, ma ti insegnerà anche che solo una è quella giusta. Ci saranno tentativi e qualche ripensamento, commetterai sbagli e nel frattempo crescerai, diventerai forte e lascerai alle spalle alcune paure. Io sarò sempre al tuo fianco, finché lo vorrai, finché arriverà il giorno in cui tu stessa deciderai di camminare con le tue gambe lungo la strada che hai scelto per te. E se vorrai saperlo, ti dirò che a un certo punto, molti anni prima, anch'io la mia strada l'ho trovata e ho cominciato a percorrerla con te, mano nella mano. Ti dirò che da quel momento, amore mio, il tuo sorriso è stato il mio.

Pubblicato da Roberta Reds a 15:04 Nessun commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

sabato 21 gennaio 2012

MEMORANDA

Pubblicato da Roberta Reds a 15:41 2 commenti: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

MEMORABILIA


Quando eravamo giovani (e incinti)... eh Spado ?! Pubblicato da Roberta Reds a 15:32 1 commento: Invia tramite email Postalo sul blog Condividi su Twitter Condividi su Facebook Condividi su Pinterest

venerdì 20 gennaio 2012

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Plus Button Subscribe to this feed RobertaReds ‎martedì ‎3 ‎gennaio ‎2012, ‏‎2.05.15 ‎martedì ‎3 ‎gennaio ‎2012, ‏‎2.05.14 | RobertaRossi Go to full article 2011... ADIòS
Tra nuove consapevolezze e sfide ancora in corso, se n’è andato il 2011. E siccome sono una persona nostalgica, più ancorata alla costante rilettura del passato che proiettata verso il futuro, mi va di dire:
- GRAZIE all’anno appena concluso , se non altro perché, se Dio vuole, si è per l’appunto concluso. Bene o male non importa, ma almeno anche questa volta la regola non ha fatto eccezione: dopo la fine c’è (stato) un nuovo inizio. Fine senza spumante (credo sia dagli anni Novanta che non festeggio un capodanno), inizio col botto (tralascio i nauseanti particolari). Comunque si ricomincia, evvai.
- GRAZIE a chi ha affidato nelle mie mani il suo lavoro . Scelta coraggiosa, da non sottovalutare e che rende la sottoscritta felice, lusingata, elettrizzata, nonostante l’autostima non sia ancora un possesso stabile, piuttosto una meta per l’anno che tra l’altro sembra essere quello della fine del mondo (speriamo che la fatica prevista non vada sprecata).
- GRAZIE ai soliti amici (che sono tanti) e a quelli nuovi , che sono ben accetti, purché sappiano che durante il nuovo anno li tartasserò di mail, sms, domande, richieste. E qualche volta risposte, uscite spensierate, progetti, serate di lavoro, corsi di scrittura che prima di mezzanotte non finiscono mai…
- GRAZIE ai soliti stronzi , e a quelli imprevisti, che proprio non ti aspetti. E a quelli dell’ultima ora, che sbucano come la muffa sugli angoli del soffitto, quando credi che tutto sia finalmente a posto. GRAZIE perché siete il sale della mia vita, e funzionate più della vitamina D (che approfitto per ringraziare, dopo un anno di somministrazione – speriamo – utile): mi rafforzate nell’animo, seppur lo spirito lì per lì ne farebbe a meno. Ma voi stronzi non siete fantasmi chiusi negli armadi: siete spine affilate nei fianchi, orzaioli negli occhi, clisteri di glicerina che dopo la dolorosa espulsione scivolano via lasciandoti un senso di vittoriosa soddisfazione. Nonostante un fremito di dolore che comunque fortifica, stoicamente.
- E infine GRAZIE ai sensori posteriori di parcheggio che nel corso di un anno pieno di ostacoli e parcheggi selvaggi mi hanno tolto dai guai un sacco di volte. Peccato non possa dire altrettanto dei sensori anteriori di parcheggio, se non altro perché non esistono, i quali non mi hanno quindi evitato di centrare il garage nell’ultima manovra significativa dell’anno, mentre un tappeto di neve si stendeva per terra e un vortice di imprecazioni fluttuava nell’aria gelida.
‎venerdì ‎25 ‎novembre ‎2011, ‏‎23.35.33 | RobertaRossi Go to full article EDIZIONI TERRA MARIQUE SI PREPARA ALL'INVERNO (semi di pompelmo inclusi)
Il direttore (ir)responsabile di Edizioni Terra marique , ovvero la sottoscritta, sta per inaugurare un'intensa stagione invernale.
Si comincia sabato 3 dicembre in Rocca a Scandiano con la presentazione del romanzo di Alberto Pighini, L'innocente evasione . Mi rendo conto che tra Facebook (che continuo apaticamente a non saper usare) e il sito della casa editrice (edizioniterramarique.com) vi sto fiaccando i maroni con l'uscita del libro di Alberto, ma:
- il romanzo è bello
- la copertina spacca
- ci abbiamo lavorato con tanto impegno e tante Marlboro Lights (di cui l'autore porta ancora i segni)
Quindi il 3 dicembre alle 17 venite a Scandiano, se non altro per il ricco buffet.
E già che ci siete, fate un salto il 15 dicembre in biblioteca a Sassuolo per la presentazione del libro Il Gruppo Alpini di Montefiorino, di cui sono autrice. Quanto ai motivi per i quali dovreste venire (buffet in vetta), vedi sopra. A presentare la serata ci sarà Margherita Casolari, che leggerà l'intero libro nello stesso tempo in cui io mangio un Mars (tre nano secondi).
L' 8 dicembre sarò in esposizione a un qualsiasi stand del mercatino di Roteglia quale Donna Brianzola Hybernata. E a quel punto la cioccolata calda potete anche infilarvela in quel posto.
A gennaio si riparte col corso di fotografia e di scrittura: le mie insuperabili allieve stanno concludendo il corso di secondo livello tra racconti (che a breve saranno leggibili sul sito di TM), chiacchiere fino all'alba e un sacco di risate.
Infine fremono i preparativi per gli addobbi natalizi dell'ufficio di Edizioni Terra marique, per i quali mi sta dando una mano Renzo Piano, ma solo perché il Palladio sembra irreperibile.
Qui si fanno le cose per bene!

‎mercoledì ‎9 ‎novembre ‎2011, ‏‎13.03.40 | RobertaRossi Go to full article TRE ROSSI
Mia figlia al suo papà: “Di Spadoni ce ne sono tre: io, te e il nonno”.
Il suo papà: “Esatto”.
Mia figlia: “Anche di Rossi ce ne sono tre”.
Il suo papà: “E chi sono?”.
Mia figlia: “La mamma, il suo papà e… Vasco!”.
Una figlia di cui andare fieri!

Vasco-Rossi ‎martedì ‎8 ‎novembre ‎2011, ‏‎23.43.23 | RobertaRossi Go to full article TRA NEMICI E FALSI AMICI
Avere nemici è molto meglio che avere falsi amici .
I nemici sono stimolanti, con loro non ci si annoia mai per quel senso di stare sempre all’erta che mette adrenalina.
I falsi amici invece sono mine vaganti, difficili da individuare: sono stati amici, acque chete apparentemente innocue. Ma ogni amico è potenzialmente un falso amico, e in quanto tale può manifestarsi in modi sconosciuti, subdoli, che ti coglieranno comunque di sorpresa, magari sul più bello, mentre pensavi che vi sareste tenuti per mano a lungo, se non per sempre.
Il nemico invece è nemico e basta, non subirà trasformazioni, non ti sorprenderà mai – se non positivamente, magari in una giornata di sole in cui la vita gli ha sorriso a tal punto da fargli scordare per un attimo che tu sei la sua fottuta spina nel fianco, ma tenderei ad escluderlo –. Il nemico, in un giorno di finti sorrisi finiti e acqua battente, ti ha eletto a bieco individuo, socialmente inutile, professionalmente incapace, muffa fungina da estirpare, bersaglio a cui tirare frecce velenose nelle prossime conversazioni da qui a due o tre settimane, con rigurgiti di acidità intestinale ogni qualvolta il tuo nome verrà casualmente citato da qui all’eternità. Il nemico ti ha giurato odio eterno, la tua faccia, ormai sbiadita dal passare del tempo, gli farà tornare alla mente una sensazione spiacevole quanto un pentolone di spinaci che puzza come un paio di Nike dell’87.
Il falso amico non potrà mai regalarti niente di tutto questo, né momenti di puro godimento come quando al nemico dimostri che “socialmente inutile, professionalmente incapace sarà tua sorella”, né la possibilità di costruirti sulla pelle una bella corazza, sempre più solida, sempre più lucida.
Viva i nemici, sono le persone più oneste con le quali avrete a che fare.
Abbasso i falsi amici.
Come fare a riconoscerli?
Be’, il vero amico è quello che ti tiene la testa mentre cambi colore alle pareti del bagno e il giorno dopo non necessariamente ti telefona per chiederti come stai, ma la volta dopo è ancora lì a tenerti la testa mentre ravvivi lo stesso bagno di nuove nuance. Il vero amico è quello che se fai una stronzata molto grande ti dice che la stronzata non era poi così grande, che se fai una stronzata media ti dice che la stronzata non era poi così media, che se fai una stronzata piccola piccola ti dice che in effetti sì, avresti potuto fare di meglio. Il vero amico è quello che lo sai se è un vero amico, non c'è bisogno di prove.
Il vero nemico è quello che non può fare a meno di te per sentirsi migliore, per sentirsi più forte e intelligente: il bello è che forte e intelligente, di suo, non lo sarà mai. Ma è anche uno che gioca a carte scoperte, quello che pensa di te lo sai già.
Tutto quello che sta nel mezzo è falsità, ipocrisia, sorrisi di convenienza, pugnalate pronte all'uso. Terreno poco fertile, meglio non perderci tempo.

A proposito di nemici: e per Luciano Moggi ipip urrà! ‎martedì ‎25 ‎ottobre ‎2011, ‏‎18.54.58 | RobertaRossi Go to full article IL LIBRO DELLE NON-FACCE
Detto tra me e te, pensi che a qualcuno importi se stamattina ti sei svegliata col mignolo gonfio perché durante la notte hai assunto la posizione della piovra arrotolata? Che dio ce ne scampi del tuo cazzo di mignolo! E tu credi che sia onesto riportare il messaggio paraculato di qualcuno che scrive: “Se anche a te dispiace che Simoncelli sia morto, condividi una candela sulla tua bacheca”, che poi se non condivido la candela vuol dire che della morte di un giovane, come di tanti altri meno o per niente famosi, non me ne frega niente? E poi vedo sulla bacheca di un altro la foto di un’auto distrutta e di fianco la scritta “Divertiti, balla, fai sesso, ma se sei ubriaco non guidare” quando nessuno può dirmi se magari il tipo alla guida si è schiantato non a causa dell’alcol ma di un capriolo che gli ha attraversato la strada.
Cosa dovrei condividere sulla mia bacheca, l’ovvietà, il pressapochismo, le false notizie, il tuo mignolo gonfio?
Quante inutilità su Facebook, quante banalità al limite della sopportazione.
Abbiamo i mezzi per comunicare, per far conoscere, per raccontarci e li sprechiamo sviscerando la non comunicabilità che ci appartiene, il non interessante, il chissenefrega assoluto. E sguazziamo in un sacco di parole, immagini, fotografie che tutto sommato, spese alla rinfusa, non comunicano niente, se non il desiderio di esserci, di far sapere cosa abbiamo mangiato per pranzo e vomitato dopo cena.
Suvvia, si può fare di meglio.
Si possono usare le parole per raccontare se stessi, almeno non per sputtanare l’immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi. Gli altri, di noi, hanno un’immagine per quello che siamo, per le scelte che facciamo, per quello che abbiamo il coraggio di raccontare, vittorie e sconfitte, senza esclusione di colpi.
Si può veramente fare di meglio. Nella vita vera, per lo meno. ‎martedì ‎25 ‎ottobre ‎2011, ‏‎18.00.01 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTASEI
Mio cugino Matteo aveva imparato ad andare in bicicletta a due anni, senza rotelle. Faceva avanti e indietro dal portone di casa sua al cancello in cima al cortile, circa una cinquantina di metri. Prima però aveva fatto sparire tutti i sassi: rendevano troppo tortuoso il percorso. Mio papà mi ha detto che lo vedeva caricarli sulla mini carriola e poi plouf, spariti non si sa dove.
In breve Matteo era riuscito a spianarsi la strada.
Stanco della bicicletta, passò al motorino. Avanti e indietro, indietro e avanti su quel mezzo infernale, verde pisello coi portapacchi laterali, lento come una lumaca, rumoroso come un tir. Sembrava impossibile fermarlo, nonostante i vari tentativi. Mia nonna Checca era arrivata al punto di aspirare la benzina con la cannuccia, mia mamma gli gettò una secchiata d’acqua sulla testa mentre passava sotto il nostro balcone.
Alla fine mio cugino passò alla macchina. Una seicento bordeaux. Avanti e indietro, indietro e avanti. Non ricordo come funzionasse la cosa una volta arrivato al cancello: lo spazio era insufficiente per fare manovra, quindi penso che tornasse indietro in retromarcia.
Stanco della Seicento, temevo che il passo successivo sarebbe stato il camper, parcheggiato nel garage di casa sua e pronto all’uso. Invece gli comprarono la moto, gli aprirono il cancello in cima al cortile e gli diedero il via libera per andarsene dove voleva.
Penso che a mio cugino i confini di casa non siano mai bastati e che ogni volta che arrivava al limite invalicabile allungasse lo sguardo oltre le sbarre di ferro, deciso a non fermarsi. Però alla fine tornava indietro, legato più di ogni altro al suo nido.
Se n’è andato prima che qualcuno gli imponesse altri confini, prima che qualcuno avesse il tempo di chiedergli dove avesse messo i sassi del cortile. ‎martedì ‎25 ‎ottobre ‎2011, ‏‎17.58.58 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTACINQUE
La maestra ci aveva dato una fotocopia con due riquadri: nel riquadro A c’era il disegno di un pallone che viaggiava in direzione di una finestra chiusa; nel riquadro B non c’era niente. La maestra ci aveva chiesto di disegnare nel riquadro B la conseguenza della scena raffigurata nel riquadro A.
Io disegnai un pallone accartocciato su se stesso, il resto della classe la finestra col vetro rotto.
La maestra, allarmata, portò il mio quaderno alla sua collega, nell’aula accanto, e non ne seppi più niente. Del mio compito intendo, perché la maestra, tornata in classe, riprese la sua lezione sulla causa-effetto soffermandosi sul genere bruco-farfalla, nuvole-pioggia, calorie-grasso superfluo.
Ma sorvolò a proposito di palloni-vetri rotti, binomio che io avevo reinterpretato basandomi su dati puramente oggettivi: qualche giorno prima Giacomo aveva calciato il pallone contro la finestra, il vetro si era rotto e il pallone si era bucato, accartocciandosi su se stesso.
Un altro dato oggettivo era che la maestra non poteva saperne niente dei calci potenti e fuori misura di Giacomo. Ma tant’è e io non rividi mai più il mio quaderno col disegno del pallone bucato.
Mia mamma disse che la maestra aveva fatto sparire le prove.
«Quali prove?», le chiesi.
«Tu non preoccuparti, vedrai che sarai promossa lo stesso».
Infatti fui promossa. Ma vivo nel terrore che un giorno qualcuno possa riportare alla luce quel quaderno con la finestra chiusa e il pallone bucato e usarlo contro di me.
‎martedì ‎25 ‎ottobre ‎2011, ‏‎17.54.04 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTAQUATTRO
Mia mamma disse che all’oratorio non ci potevo andare.
«Come no?».
«No!».
«Ma perché?».
«Perché in televisione hanno detto che sta per arrivare».
«Chi?».
«Cosa, non chi».
«Cosa?».
«La nube. Tossica».
«Ma che cacchio dici?».
«La nube tossica, sta arrivando. E piove. Quindi non vai all’oratorio».
«Ma è domenica. Non ho nient’altro da fare».
«Domenica scorsa ci sei andata?».
«No».
«E quella prima?».
«No».
«E quella prima ancora?».
«No. No e no. Ma cosa c’entra?».
«Se non ci vai mai, perché vuoi andarci proprio oggi?».
«Perché di sì. Per favore».
«E falla andare».
«Vittorio, ti rendi conto del pericolo? Sta anche piovigginando, bisogna stare in casa, o potrebbe succedere qualcosa di strano».
«Tipo?».
«Non lo so. Una mutazione. Le squame sulla pelle».
«Sì, e il terzo occhio in mezzo alla fronte».
«Eh. L’hanno detto alla tele».
«Oh santo cielo, che stronzata».
«Papà, convincila tu. Starò al coperto. In refettorio. Tutto pomeriggio al chiuso».
«Lo prometti?».
«Certo».
«Allora vai. Brutta testa di c***. Vittorio, accompagnala tu».
«Neanche morto. E se poi mi spuntasse il terzo occhio?».
Restai in refettorio cinque minuti, giusto il tempo di farmi riempire da suor Olivia un sacchetto di caramelle. Poi andai a mangiarle all’aperto, sul campo da pallavolo, sotto la pioggerellina. Rovesciai in bocca un intero pacchetto di polverina frizzante, reclinai la testa verso l’alto in modo che si mescolasse con l’acqua piovana. Il composto cominciò a scoppiettare, il gusto coca si fuse con le molecole di idrogeno e ossigeno made in Chernobyl. Feci la bolla più grossa e fosforescente che si fosse mai vista. La bolla scoppiò: la frangetta, le ciglia e le sopracciglia divennero un unico impiastro di cicca granulosa, mi salì dallo stomaco un rutto aspro al sapore di ulcera duodenale.
Non capivo come mia mamma si preoccupasse tanto di una nube tossica in arrivo dall’est e per niente della polverina frizzante al gusto coca.
Ritornai in refettorio mentre mi stava crescendo una seconda testa sulla spalla.
‎martedì ‎27 ‎settembre ‎2011, ‏‎0.35.54 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTATRE'
E se uno non aveva fatto il chierichetto almeno una volta, non cantava in chiesa, non andava all’oratorio il sabato pomeriggio, era considerato un reietto, un potenziale delinquente del futuro. Quando si parlava di lui/lei, i benpensanti senza macchie né disonori scuotevano la testa in segno di resa, mentre la suora di turno esclamava estatica: «Solo il signore può salvarlo/a».
Per un periodo io stessa finii nell’elenco delle anime perse. Nessuno riusciva a spiegarsi come una bimba bionda, con gli occhi azzurri e brava a scuola sarebbe finita a scassinare i bancomat e di lì in riformatorio «Le strade di Satana sono infinite», chiosò la suora.
Questo il mio destino perché non frequentavo il catechismo.
Una volta ci andai. Entrò in aula una catechista avanti con gli anni, madre di famiglia e tutto, e disse: «Cosa ne facciamo di quella che non viene da diciotto lezioni?».
«Carramba che sorpresa, quella che non viene da diciotto lezioni è qui!», rispose la giovane catechista.
«Ah. E chi sarebbe?», fece quell’altra, per nulla colpita dall’esultanza della sua collega santona.
«È lei».
Si voltarono tutti verso di me, i bambini trattenendo il fiato, la catechista giovane mostrando uno sguardo pietoso, la catechista adulta sgranando gli occhi.
«È lei?», sillabò attonita. Poi scosse la testa al rallentatore e scrisse qualcosa sulla sua agenda.
Ecco, la mia vita di brava cristiana era finita, il mio nome fu inciso nell’indice dell’Inquisizione.
«Perché manchi da diciotto lezioni?».
Non risposi. Forse se facevo la parte della povera ritardata mentale mi avrebbe lasciato in pace. Scosse di nuovo la testa: sapeva che non ero ritardata, ma sapeva anche che non era colpa mia se i miei genitori non mi mandavano al catechismo e mi stavano crescendo come una futura delinquente.
«Mi raccomando», disse asciutta, «cerca di non mancare alle prossime lezioni. Se no niente Comunione. Dillo anche ai tuoi genitori».
Lo dissi ai miei genitori, i quali, dopo avermi spiegato che se non ero andata per diciotto volte al catechismo era perché per diciotto volte avevo avuto la febbre, la cagarella, la malavoglia, la rosolia e via dicendo, decisero di iscrivermi a un corso per principianti di scassinamento bancomat.
Sia fatta la volontà del Signore. Amen.
‎domenica ‎18 ‎settembre ‎2011, ‏‎18.19.09 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTADUE
Mia mamma decise di iscrivermi in piscina. Di primo acchito la odiai, in seguito cambiai idea: desideravo affogarla nella stessa vasca in cui io mi sarei dovuta tuffare.
«Tuffati, tocca a te», mi urlò dal lato opposto del blocco di partenza una specie di ominide in braghe corte, ciabatte aerodinamiche e fischietto ciondolante sul petto.
«Ti sbrighi, stiamo facendo notte?» e nel dubbio che fossi straniera o sorda, soffiò forte nel fischietto facendo ampi gesti col braccio.
«Sbrigaaati».
A parte il fatto che nessuno in quella piscina stava disputando una gara olimpica di velocità e che se mi fossi tuffata non sarei arrivata al bordo opposto della vasca prima di due o tre ore, comunque non c’era bisogno di agitarsi tanto, ormai le mie gambette secche e tremolanti per il freddo stavano avanzando verso l’orlo del blocco di partenza, le dita dei piedi violacei ne toccavano lo spigolo, la maschera di terrore impressa sul mio volto si specchiava sulla superficie dell’acq…
«Aaaaaaaaah!».
Volai verso il mio destino di morte, spinta da mani crudeli – probabilmente un emissario dell’ominide col fischietto.
L’impatto con l’acqua mi sconvolse. Andai sotto fino a non sentire più niente, a parte un barrito di elefante nelle orecchie. Bevvi tutta l’acqua possibile, finché sentii qualcosa di solido sotto i piedi: o avevo bevuto tutta l’acqua della piscina o la vasca non era così profonda. Mi misi dritta, ansimando e tossendo. L’ominide mi intimò di raggiungerlo. Cominciai a camminare verso di lui. Raggiungerlo A NUOTO, specificò. Mi aveva presa di mira. Mentre mi misi in movimento tra le onde che io stessa causavo col mio posteriore dimenandomi come una specie di oca impazzita, lanciai un’occhiata a mia mamma, che si era sistemata comoda e asciutta dietro la vetrata. Lei guardava commossa un bambino ranocchio che nuotava come un pesce, snobbandomi di proposito.
«Be’ dài, non è andata così male», mi disse mentre andavamo a casa e già mi stava venendo la bronchite.
«Dici così solo perché hai pagato la quota annuale».
«Appunto. Che non ti venga in mente di ritirarti».
Mi venne la bronchite.

Piscina Leone X di Monza
Allievo: Roberta Rossi
Iscrizione: annuale
Quota: pagata
Lezioni frequentate: una
Esito del corso di nuoto: fallimentare ‎domenica ‎18 ‎settembre ‎2011, ‏‎18.14.32 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTUNO
Una volta appurato che unendo con un filo di lana due bicchieri di plastica bucati la nostra voce poteva arrivare ovunque, io e la Francy srotolammo tutti i gomitoli che avevamo in casa per legarli insieme. Amplificammo l’effetto audio usando bottiglie al posto dei bicchieri.
Per fare il botto proposi di utilizzare le botti del vino del nonno della Francy, illustrando una serie di incredibili vantaggi. Ma avremmo dovuto bere tutto il vino, quindi lasciammo perdere.
Una volta che la Francy era dal dentista e sua mamma le aveva detto che non poteva portarsi dietro il bicchiere col filo, spiegai l’invenzione a mio cugino. Non ci voleva credere, che scemo!
Allora gli dissi che dovevamo fare una prova: lui doveva mettersi sul suo balcone, io sul mio, di fronte a casa sua. Bisognava mettere insieme un filo abbastanza lungo e trovare una scala abbastanza alta per raggiungere i balconi. Mentre a casa mia pensavamo a come fare, suonò il telefono. Risposi, era mia zia che aveva bisogno di mio cugino, che doveva andare al supermercato e che se andava con lei gli avrebbe comprato Hi-Man. Lui se ne andò contento per il suo Hi-Man, dicendo che per fortuna c’erano i telefoni veri. D’istinto fui d’accordo con lui.
E così svanì la magia del filo di lana. ‎mercoledì ‎14 ‎settembre ‎2011, ‏‎23.32.23 | RobertaRossi Go to full article GIOVEDI' SERA
Cosmo o Cosmopolitan?
Ma sì, facciamo entrambi.
Cosmopolitan-001-de1 ‎lunedì ‎5 ‎settembre ‎2011, ‏‎0.32.01 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
TRENTA
Ero sicura che un filo bastasse per comunicare. Per prima usai la lana, infilata tra due bicchieri di plastica bucati sul fondo. Più lungo era il filo, più lontana sarebbe arrivata la mia voce. Meucci docet. Io e la Francy srotolammo un gomitolo blu, inserimmo le due estremità nei buchi di due bicchieri, li annodammo in modo che non fuoriuscissero, e scegliemmo le stanze: io il suo salotto, lei la sua cameretta. Appoggiai la finta cornetta sull’orecchio e sentii il mare. Rimasi sconvolta dal fatto che non succedeva solo con le conchiglie sulla spiaggia di Rimini. Mi rasserenai pensando che la mamma della Francy doveva aver trovato quel bicchiere sulla spiaggia di Rimini, tra i vari detriti. Isolai i pensieri marittimi in attesa di sentire la voce della Francy nel nostro marchingegno e di farle sentire la mia.
Solo il mare. E un paio di guaiti di gabbiani.
In effetti non ci eravamo messe d’accordo su chi dovesse parlare per prima, magari anche la Francy se ne stava come una scema sul letto ad ascoltare il mare, senza dire niente. Andai in camera sua e la trovai come una scema sul letto in balia delle onde e dei gabbiani.
«Francy, se arrotoli il filo non funzionerà».
«Ma non sentivo niente».
«Per forza, non parlavo!».
«Neanch’io».
«Aspettavo che iniziassi tu».
«Anch’io».
«Inizia tu».
«No, tu».
«No, tu».
«No! È casa mia e decido io. Tu!».
«Uffa Francy. Però srotola il filo, se no non può funzionare. E DEVE funzionare».
«Va bene».
Mi sedetti sul bracciolo del divano, a pochi passi dalla porta. Avvicinai il bicchiere all’orecchio, lisciai tra l’indice e il pollice il filo blu. Stavo per cominciare, quando mi accorsi che non aveva senso parlare al vento con un bicchiere premuto contro l’orecchio e la risacca in sottofondo. Risolsi infilando la bocca nel bicchiere.
«Francy, mi senti?», dissi piano nel bicchiere. «Mi senti?».
Niente.
«Francy, Francy».
Niente.
«Sono io», dissi a voce più alta.
Niente.
Pizzicai il filo, lo alzai leggermente in cerca della giusta direzione.
«Francy», dissi ancora più forte.
«MI SENTI?», urlai.
«SÌ SÌ, TI SENTO», urlò lei.
Funzionava! Il filo di lana blu funzionava! La mia voce poteva arrivare ovunque. Anche ai vicini della Francy, che dopo aver sentito le nostre chiacchiere sulle nostre compagne di scuola, su quella stronza della Lucilla e sulle ascelle pelose dell’Anna Monaco, bussarono alla porta per dirci di smetterla di urlare. ‎mercoledì ‎31 ‎agosto ‎2011, ‏‎15.56.57 | RobertaRossi Go to full article COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Attenzione: tra poche ore sarà attivo il mio nuovissimo BlackBerry rosa shokking. Se vedete strani bagliori all'orizzonte o oggetti non identificati svolazzare sopra le vostre case, non allarmatevi: sono io che cerco di applicare qualche applicazione, taggare qualcosa o qualcuno, attivare a distanza congegni nucleari. D'altra parte, in confronto a me Steve Jobs è un dilettante. ‎lunedì ‎29 ‎agosto ‎2011, ‏‎19.21.50 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
VENTICINQUE
Potevo trattenere a lungo il fiato, a lunghissimo la pipì. Ma non le risate. Una volta stavo correndo nei corridoi della scuola con la mia compagna di classe Monaco Anna. Qualcuno aprì la porta dell’aula e lei ci andò a sbattere, spiaccicandoci contro il naso e gli occhiali rotondi. L’impatto fu tremendo, il naso sporgente servì ad attutire il colpo sul resto del corpo. La chiamavamo Tucano. Dopo qualche istante di stordimento, si mise a piangere. Io mi misi a ridere. Lei si mise a piangere più forte. Io mi misi a ridere più forte. Lei, piangendo, mi diede uno spintone. Io, ridendo, sapevo che me lo meritavo, ma non potevo trattenermi. E mi dispiaceva anche, ma sul serio non potevo trattenermi. Solo che l'Anna non riusciva a capirlo e mi spinse di nuovo, questa volta più forte. Lei era alta, aveva le tette, dei folti cespugli sotto le ascelle e si era già sviluppata, da tutte le parti. Io ero un microbo e nonostante avessi abbastanza cervello per sapere che da una così le avrei prese, non potevo proprio smettere di ridere. Intanto erano accorse le crocerossine, tutta gente che poi ha fatto domanda nell’Esercito della Salvezza. Così io mi defilai, tra le occhiatacce di tutte. Tranne che dell'Anna, perché a quel punto, tra gli occhiali rotti e i fiotti di sangue dal naso, non vedeva più niente.
Un’altra volta eravamo sul pullman di ritorno da una gita. La mia migliore amica Guizzo Simonetta mi dice che ha da fare la pipì. Le dico di resistere, tanto mancano pochi metri alla scuola. Lei mi dice che non ce la fa proprio più, ha la faccia stravolta e sta per farsela addosso. Non so proprio cosa fare, già mi viene da ridere. Il pullman si ferma davanti alla scuola, scendiamo e lei mi chiede di accompagnarla fino al bagno.
«Se proprio devo…».
«Devi!».
Cominciamo a correre con gli zaini e tutto il resto. Percorriamo il vialetto tra i due prati, la maestra ci dice di andare piano ma chissenefrega, la Guizzo si stava pisciando addosso! Lei era sempre più disperata e gialla, io sempre più disperata e rossa. Era la mia migliore amica: se se la fosse fatta addosso e io fossi scoppiata a ridere, avrebbe capito che non potevo farci niente? Se la fece addosso – a un centimetro dalla porta del bagno! –, io scoppiai a ridere e lei non capì. Tra le lacrime, tutta inzuppata di pipì da lì sotto ai piedi, mi disse che non sarebbe mai più stata la mia migliore amica. Non smisi di ridere neanche a quel punto. Pensai che avevo bisogno di una migliore amica più spiritosa.
Un giorno la Casolari Margherita si ritrovò per sbaglio a fare una spaccata sul pavimento senza aver mai preso lezioni di danza artistica né avendo intenzione di farlo. Si rialzò dolorante, tentando di ricongiungere i piedi che erano inevitabilmente a papera. Quando mi vide ridere, scoppiò a ridere anche lei. A quel punto capii che saremmo state sorelle per sempre. ‎lunedì ‎29 ‎agosto ‎2011, ‏‎0.31.36 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
VENTINOVE
La peggior figura di merda della mia vita fu al saggio di pianoforte. Si esibirono un concertista di fama internazionale, il pronipote di Mozart, un enfant prodige di tre anni, le fighissime allieve del conservatorio. Ma che bisogno c’era di inserire nel programma anche la sottoscritta? Fu la mia insegnante Caprotti Amalia a volere la mia esibizione. Sadismo? Sete di vendetta? Arrivai a pensare che dovevo averle fatto qualcosa di male in una vita passata. Lei sosteneva che il pezzo fosse facile facile. Sì certo, per una che sa suonare il pianoforte era un pezzo facile facile. Ma per me che avrei avuto bisogno di un corso intensivo anche solo per stare seduta sul seggiolino con la schiena dritta, poteva trattarsi di un suicidio.
Così fu.
Quando il mio nome fu pronunciato dal gran cerimoniere, il pubblico stipato nella Sala della Cultura aveva le orecchie talmente deliziate dalle sinfonie di chi mi aveva preceduto che se mi fossi limitata a scoreggiare mi avrebbero comunque applaudito. Invece presi l’incauta decisione di raggiungere – tremando come colta da un attacco giovanile di Parkinson – il pianoforte, di appoggiare le mie chiappe stritolate da un’indomabile centrifuga sul seggiolino e di darmi un’aria da musicista. Impiegai qualche secondo di troppo a sistemare gli spartiti sul leggio. Calò il silenzio: il pubblico assaporava la minuzia con cui stavo preparando la mia performance, in realtà le mani mi tremavano talmente tanto da non riuscire a mettere dritto un cazzo di foglio. Per raggiungere i pedali del piano tirai in avanti il seggiolino provocando uno stridio che regalò molto alla scena.
Ero fottuta.
Mi arrotolai le maniche della camicia, i polsini stringevano talmente tanto che il sangue smise di circolare lungo gli avambracci. Il gran cerimoniere mi fece cenno di cominciare. In sala non volava una mosca, potevo avvertire i conati di vomito metafisici di mia madre e l’anteprima del pallore che avrebbe manifestato ogni volta che qualcuno in paese le avesse fatto menzione di quella serata. Lei e la Caprotti, oltre alla mia disperata coscienza, erano le sole a sapere come sarebbe andata a finire. Partii con un do, lo amplificai col pedale che fa rimbombare le note e in genere attenua i disastri. Non nel mio caso (sbronzissimo pedale). Pronti via il piede scivolò con un tonfo e al re l’effetto rimbombo era già svanito. Percepii con chiarezza il movimento neurologico di mia mamma deputato alla fuga. Scoprii più tardi che avrebbe dovuto innalzarsi in volo sopra cinque file di signore impellicciate, quindi rinunciò e assistette alla Caporetto musicale di sua figlia.
Il pezzo faceva di per sé cagare: la scala fatta con la destra avrei dovuto farla anche con la sinistra e via dicendo. Arrivata non so come – ma di sicuro orrendamente – alla quarta scala, decisi che la Caprotti poteva essere soddisfatta e che l’espiazione dei peccati della mia vita passata e delle quattro precedenti poteva dirsi conclusa.
Mi alzai e me ne andai.
L’applauso non partì subito, però partì, accompagnato da un brusio. Mentre tornavo al mio posto, notai che mia mamma prese le distanze dalla mia sedia scostandosi sulla destra e creando con la mano una specie di barriera protettiva sulla faccia, neanche fossi un’untrice. Quando imboccai la fila col mio posto, tentai di scavalcare le gambe ciccione di una vecchia. Tremavo talmente tanto che, sollevato un piede, persi l’equilibro e finii a pelle di leone tra le braccia della signora che non sembrò gradire.
Dalla fila dietro sentii dire: «Allora è vero che nel programma hanno inserito anche una ritardata della San Paolo».
Al saggio dell’anno dopo non mi presentai.
‎mercoledì ‎24 ‎agosto ‎2011, ‏‎22.53.41 | RobertaRossi Go to full article PICCOLO SPAZIO (AUTO)PUBBLICITA'

COPERTINA LIBRO ALPINI Roberta Rossi è nata a Monza nel 1976. Laureata in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica di Milano, scrittrice e giornalista, vive a Roteglia (RE) con Cristian e la figlia Nicole. Già autrice di Storie di Boccassuolo, Storie di Vitriola, del romanzo Lasciami andare. Ritornerò (Incontri Editrice) e di Sassuolo nel Pallone (Artestampa), è direttore (ir)responsabile di Edizioni Terra marique.
www.robertarossi.net
www.edizioniterramarique.com


‎martedì ‎23 ‎agosto ‎2011, ‏‎18.14.23 | RobertaRossi Go to full article ETA' ADULTA (PIU' O MENO)
E mentre sulla Freccia Bianca, a pochi metri dalla stazione di Modena, un infausto ronzio mi tappava le orecchie e le gambe cedevano facendomi ritrovare semi distesa, ovvero semi svenuta, sul mio stuolo di valigie, la cosa che più mi ha avvilita è stato l'esordio della domanda di un ragazzo premuroso: "Signora, tutto bene?". "Tutto bene un cazzo!" avrei voluto urlargli. "Avrai sì e no un anno meno di me, tredici mesi al massimo, e solo perché ti vesti come Lady Gaga e non hai mai visto una puntata di Happy Days, ti senti in diritto di rivolgerti a me come se fossi tua madre. Signora a chi? Vedi una fede al dito? Ti sembra che indosso un completo Chanel o una pelliccia di ermellino? Quindi rifolmula la domanda cominciando con Ragazza appena incamminatasi verso l'età adulta, oppure Fanciullina nell'animo e sul volto senza l'uso di photoshop eccetera eccetera". Ma a quel punto il capotreno mi stava facendo una doccia con una bottiglietta d'acqua gelata, quindi non andai oltre un tremolante "Sì, meglio". Il fatto è che tra un paio di settimane compirò trentacinque anni. Oh mio dio. Trentacinque non sono uno scherzo, la gente si aspetta da te che ti comporti come un'adulta, che sappia cosa sia un fido bancario e che nel tuo frigorifero ci siano almeno cinque oggetti diversi - e commestibili. Invece quando rispondo al telefono la tipa della Telecom mi chiede se posso passarle i miei genitori e mia figlia mi rimprovera quando dico le parolacce. Non mi sento pronta per i trentacinque, non ho ancora letto il libro delle istruzioni e francamente il mio ombelico comincia a scomparire tra i rotoli di ciccia. Va bene, ci deve per forza essere una soluzione: mentire sul mio anno di nascita. Potrei scalare di uno, ma dubito che nel corso di un solo anno le cose andrebbero a posto. Allora scalo di tre e d'un soffio mi ritrovo a dover compiere trentadue anni. Ecco, mi sento meglio nei panni di una quasi-trentaduenne, la faticosa scalata verso l'età adulta è lontana e posso ancora far passare la mia incapacità di accedere alle porte automatiche della banca come una graziosa sbadataggine, piuttosto che un ritardo mentale. Non sono una cima in matematica, quindi meglio se mi metto avanti con il cambio date: ho iniziato a convivere con il mio fidanzato a ventidue anni (quando mi facevo da sola i buchi alle orecchie con gli spilloni); abbiamo comprato casa quando di anni ne avevo ventisei (e credevo che bastasse andare al Bancomat per avere in regalo dei soldi); mia figlia l'ho avuto a ventisette anni (quando nel nostro frigo c'era solo la menta per il mohito). In effetti l'unica decisione sensata della mia vita è stata quella di non bruciare le tappe: con tre anni in più di esperienza per ogni momento e cambiamento significativo ho evitato di presentarmi al rogito con un orecchino di osso di drago a penzoloni dal naso, di comprare casa senza tirare in ballo i soldi del Monopoli e di crescere mia figlia sana evitandole un paio di antiestetiche orecchie da folletto. E se adesso avessi trentadue anni, entrando nel mio ufficio la gente potrebbe scambiarmi per la ragazza sì, ma delle pulizie. Quindi lasciamo le cose come stanno, sicura che al momento del fatidico gong mi sentirò la solita dei pre-trentacinque e continuerò a indossare la mia maglietta preferita convinta che nessuno noti gli aloni gialli sotto le ascelle. ‎martedì ‎23 ‎agosto ‎2011, ‏‎11.02.20 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
VENTOTTO
Il pediatra aveva vietato ai miei di mandarmi all’asilo. Troppi batteri, troppi virus per il mio fisico da mammoletta. Rimasi in balia delle mie nonne e delle loro televisioni. Divenni teledipendente passiva.
Nel salotto della nonna Checca fui visitata da tutti i dottori di General Hospital, imparai con orrore cos’è un’isterectomia, ma scoprii che con le giuste cure si posso fare ottimi progressi; appresi i sotterfugi di Vanessa Chamberlain, mi sposai quattro volte, ma divorziai solo due – per fortuna la bigamia è ammessa in tutte le telenovelas. Più avanti arrivò Beautiful e gli eccessi coniugali superarono il limite. Anche quel limite a cui mia nonna si era per forza adeguata.
«Nonna, chi è quella lì?».
«Una vacca».
«Con chi è sposata?».
«Con Ridge. E con il padre di Ridge. E va con il fratello di Ridge. Che è anche l’altro figlio del papà di Ridge».
«Che vacca!».
«Appunto».
A mia nonna Lina non piacevano le telenovelas. Lei era più una da quiz e un sacco di volte abbiamo visto insieme Bis. Non ci ho mai capito una mazza. E trovavo una bella sfiga vincere quattro racchette da tennis, uno skateboard e otto paia di pattini a rotelle se hai settant’anni e non puoi permetterti di romperti il femore. Ci piaceva Happy Days, io facevo Fonzie, con la moto per finta e il giubbotto di pelle per finta. Una volta caddi dalla moto per finta, la nonna Lina mi bendò dalla testa ai piedi. Per davvero! Le dissi di portarmi al General Hospital, ma lei rispose che i duri non vanno mai all’ospedale e si rimettono in piedi da soli. Poi stava cominciando una nuova puntata di Bis, quindi non potevamo proprio andare all’ospedale. ‎martedì ‎23 ‎agosto ‎2011, ‏‎10.59.18 | RobertaRossi Go to full article LA MIA STORIA
VENTISETTE
Mia nonna Checca con mio nonno Felice non ha mai parlato. Lei urlava. Hanno sempre abitato sotto casa nostra e io ho sempre sentito le loro liti, parola per parola. Solo la versione di mia nonna, a dire la verità. Perché mio nonno si limitava a non parlare. Quindi la nonna Checca andava avanti finché aveva argomenti in canna e fiato nei polmoni. Intanto cucinava, apparecchiava, mangiava, dava da mangiare a mio nonno, beveva, aspettava che mio nonno bevesse il suo bicchiere di vino, sparecchiava, lavava i piatti, li asciugava, li metteva via oppure li lasciava sopra il lavandino, preparava il caffè per lei e per mio nonno, lo beveva, aspettava che lui lo bevesse, gli dava una brioche, aspettava che lui la mangiasse, buttava via la carta, passava la scopa e ancora urlava. Finché mio nonno si addormentava con la testa china sul tavolo e iniziava Sentieri. Allora mia nonna taceva perché doveva guardare Sentieri.
Una volta sentii l’acqua scendere dal lavandino della cucina: era l’ora del pranzo e della baruffa. Cominciò il borbottio di mia nonna, poi si sentì un gran tonfo e nient’altro. Feci le scale di corsa: temevo che mio nonno l’avesse accoppata. Anche se era più verisimile che lei avesse accoppato lui, vista la grinta. Invece erano entrambi vivi: mio nonno mangiava il suo risotto giallo, mia nonna era china per terra a raccogliere i pezzi scomposti della moka. Mugugnava debolmente. In pratica funzionava così: se mio nonno la faceva arrabbiare – non si sa per cosa visto che non l’ho mai sentito parlare – mia nonna tirava fuori la voce e si sfogava. Se si faceva arrabbiare da sola, implodeva e scagliava oggetti per la casa. Comunque sempre incazzata era.